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Intervista al Professore Massimo Morigi, filosofo politico e grande esperto della storia risorgimentale, in seguito della sua conferenza Lo Stato delle Cose della Geopolitica Italiana nei Conflitti Mazzini/Garibaldi tenuta presso la Società degli Uomini della Casa Matha di Ravenna e visionabile anche online.

Mazzini e Garibaldi, le somiglianze e le divergenze politiche e caratteriali: quali ideali politici li accomunavano e dove vi erano le divergenze?

È sempre difficile, se non impossibile, indagare la psicologia intima delle persone, siano queste nostre dirette conoscenze o personaggi storici. I personaggi storici, tuttavia, hanno sulle persone che non hanno svolto vita pubblica, una via privilegiata per scandagliare la loro psicologia perché essi dovettero per ragioni “professionali” rapportarsi con vasti aggregati umani al fine di indirizzarne non solo il presente o il futuro da qui ad una generazione, come possono o si illudono di fare le persone non pubbliche ma con più ristrette cerchie familiari e/o amicali, ma di determinare il futuro di numerose successive generazioni e per svolgere questa missione essi dovettero costruirsi non solo una maschera personale e/o familiare ma anche una maschera pubblica. Ora dal punto della maschera pubblica non si potrebbero concepire due personaggi più diversi di Mazzini e Garibaldi. Molto appropriatamente lo storico del movimento repubblicano e del Risorgimento Roberto Balzani ha affermato che Garibaldi costruì il suo carisma sulla presenza e sulla visibilità della sua persona e del suo stesso corpo (i Mille, giusto per rendere plasticamente l’idea, potevano vedere e, se volevano o le circostanze glielo consentivano, addirittura toccare l’oggetto del loro mito, e, in generale, tutto il mito di Garibaldi fu costruito su stereotipi sacro-iconografici che rimandavano ad un’immagine ben precisa di stampo cattolico-cristologico dove la visione dell’immagine è fondamentale nell’adorazione della divinità), mentre Giuseppe Mazzini, sostiene sempre Balzani ed io concordo in pieno, fu l’eroe dell’assenza, voglio dire dell’assenza della sua immagine e del suo contatto diretto presso i suoi seguaci, fra i quali pochissimi ebbero modo di vederlo, riscuotendo, nonostante questo, fortissimi sentimenti di ammirazione e folte schiere di seguaci (un’intensità di sentimenti e foltezza di seguaci che però dopo ogni sommossa mazziniana regolarmente fallita andarono mano a mano scemando e dopo ogni rovescio dei moti da lui suscitati molti dei suoi seguaci lo abbandonavano per abbracciare percorsi più realistici e moderati per il loro patriottismo). Plastico in questo senso di leadership per assenza, il caso dei fratelli Bandiera che si immolarono per gli ideali mazziniani senza mai avere visto una sola volta il Maestro di Genova. Per quanto riguarda gli ideali che accomunavano Mazzini e Garibaldi, facile rispondere. Entrambi volevano l’unificazione del nostro paese, solo che Mazzini voleva che l’Italia fosse unificata e al tempo stesso fosse retta da una forma di governo repubblicana mentre per Garibaldi l’unica cosa importante era l’unificazione e la forma di governo in fin dei conti non era così importante perché egli si acconciò ben volentieri al fatto che a dirigere l’unificazione del paese fosse il Piemonte retto dalla monarchia sabauda. È assolutamente indispensabile a questo punto fare però una precisazione. E non tanto su Garibaldi e sul suo pragmatismo nell’azione ma su Mazzini e sul suo ideale repubblicano.

Per quali motivi oggi Mazzini è ritenuto un Pater Patriae sebbene la sua visione e la sua azione politiche non siano state determinanti nel processo di unificazione?

Ad un livello superficiale di risposta si potrebbe dire perché infine la monarchia che Mazzini tanto detestava ha cessato di esistere e al suo posto abbiamo oggi una “bella” repubblica, nata, si dice sempre, dalla resistenza, che su di sé seppe accogliere i migliori empiti anche del Risorgimento, dei quali Mazzini seppe dare espressione non solo per la sua lotta per l’unificazione del paese e per la forma di governo repubblicana ma anche per la sua visione sociale, di cui la Repubblica fondata sul lavoro avrebbe saputo cogliere le sue idealità ed i propositi. Ma, purtroppo, qui siamo in piena costruzione non tanto di un mito mazziniano (se studiato a fondo, uno dei rischi che corre anche lo storico più smaliziato ed arcigno è di mitizzare Mazzini, vedi Salvemini con i suoi giudizi sempre altalenanti fra l’ipercritico e l’ammirato su Giuseppe Mazzini) ma in pieno mito regressivo sui quarti di nobiltà che dovrebbe vantare la nostra repubblica. O meglio, siamo in pieno mito regressivo e di rimozione sulla realtà effettuale della sua costituzione materiale che anche oggi, ancora dopo più di settant’anni dalla sua nascita, anche a livello non meramente pubblicistico e/o giornalistico ma anche in sede scientifica o pseudo tale, continua ad essere rappresentata come una repubblica nata dalla resistenza contro il totalitarismo fascista e, in virtù di questo mitologico inizio, incontestabilmente democratica. In realtà nacque dalla sconfitta ed occupazione militare anche se, dobbiamo pure dire, che non c’è storia di fondazione di nessuna nazione che non sia intrisa di mitologia e/o di false e ridicole rappresentazioni della storia. Da questo punto di vista “paese che vai mito di fondazione che trovi”. In realtà, nella realtà effettuale della sua costituzione materiale la nostra repubblica – solo con molta fantasia può essere definita – una democrazia, manifestandosi essa come una cristallina e tetragona oligarchia elettiva seppur a suffragio universale. Sul significato di questa definizione non penso sia necessario dilungarsi se non addentrandoci su un “piccolo” dettaglio in merito al pensiero di Giuseppe Mazzini. Ora se si va a leggere a fondo e per esteso Mazzini, ci accorgiamo che egli impiega assai di rado il termine ‘democrazia’ e gli preferisce il termine ‘repubblica’, intendendo con repubblica non solo il dato puramente istituzionale (e qui siamo in piena banalizzazione del pensiero di Mazzini così come oggi lo intendono i suoi attuali stanchi emuli), ma proprio una forma di Stato che fosse finalizzata all’insegna della tutela e sempre maggiore valorizzazione della Res Publica, intendendo quindi Mazzini la Repubblica come quell’insieme di valori materiali e spirituali verso i quali era dovere di tutti i cittadini agire in vicendevole collaborazione al fine di ottenerne una sempre maggiore trasmissione alle future generazioni. Ora si potrebbe obiettare che anche la nostra repubblica e in Costituzione ed anche nelle sue politiche concrete si pone questi obiettivi mazziniani, ma qui io non voglio sindacare sull’efficacia nel raggiungimento di questi buoni propositi (penso non sia necessario un mio giudizio al riguardo…) ma su un fatto che riguardo a Mazzini non viene mai messo in rilievo e si tratta del seguente punto: Mazzini aveva una visione olistica della società che era radicalmente nemica della visione atomistica così come la vede e disegna il liberalismo e così come è strutturata nella reale filosofia di impianto e nell’azione delle forze politiche che agiscono nella repubblica italiana. Questo atomismo di fondo nella visione della società è solidalmente condiviso sia dalla attuale “destra” politica che dalla attuale “sinistra” politica. Da questo punto di vista non ci sono differenze ma, ancor peggio (o ancor meglio, lo studioso “weberianamente” deve segnalare i valori in gioco, poi scegliere da quale parte stare è frutto della coscienza di ognuno di noi) bisogna dire che il male (o il bene, lo ripeto, dipenda dal carattere di ognuno di noi decidere per quali valori propendere) proviene dalle origini di questa repubblica, che non nacque su un patto costruttivo e condiviso di valori basato sulla tradizione storico-morale della nazione ma su una finzione valoriale che celava una terribile sconfitta militare ed un’altra altrettanto umiliante sottomissione “democratica” verso i vincitori (Art. 11 della Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.», non ha altro significato effettuale che stabilire che l’Italia rinuncia alla guerra perché impossibile da muovere solo con le sue deboli forze ma vi partecipa se le potenze che hanno vinto la Seconda guerra mondiale ritengono necessario che lo faccia. Ogni riferimento alle odierne vicende è puramente casuale…). E quindi rispondo alla domanda: se Mazzini viene preso sul serio non può essere considerato un padre nobile di questa patria perché il suo pensiero, e riprendo qui una definizione di Costanzo Preve impiegata dal filosofo pensando ad una rifondazione in senso umanistico del marxismo, imporrebbe tun ‘riorientamento gestaltico’ della nostra vita politico-sociale, ‘riorientamento gestaltico’ all’insegna di una visione olistica della società e assolutamente nemico della impostazione liberale anomica ed atomistica della stessa. In questa impostazione anomica ed atomistica fra l’altro la democrazia rappresentativa italiana (ma parlando in sede di analisi politologica, lo ripeto, si dovrebbe dire al posto di ‘democrazia rappresentativa’ ‘oligarchia elettiva a suffragio universale’) in assoluta buona compagnia con tutte le forme di democrazia rappresentativa (cioè di oligarchia elettiva) di tutti quei paesi che oggigiorno – definizione nata in seguito alla guerra russo-ucraina – vengono definiti come “occidente collettivo” (definizione coniata da Putin per indicare le potenze occidentali che gli si contrappongono nella guerra russo-ucraina ma ormai fatta propria, per una sorta di eterogenesi dei fini, anche dallo stesso occidente che muove guerra, seppur non dichiarata e per procura, alla Russia). È noto come Gramsci non amasse Mazzini e su questo fatto è stato in passato sottolineato che se sullo specifico Gramsci imputava a Mazzini di non aver affrontato, e con lui tutto il risorgimento, la questione contadina, su un piano più generale ciò sarebbe dovuto perché l’uno, Gramsci, era portatore di un pensiero totalitario mentre Mazzini può essere considerato l’alfiere di un pensiero democratico, dando all’aggettivo una semantica del tutto sovrapponibile a quella conferitagli dalla versione liberal-atomistico-anomica anzi descritta. E qui siamo in presenza di un vero e proprio travisamento del pensiero mazziniano: Mazzini nei suoi scritti con molta parsimonia impiega il lemma ‘democrazia’ preferendogli il termine ‘repubblica’ e questa non è una casualità lessicale perché, come ho cercato di illustrare, la repubblica mazziniana intende agire nell’ambito e forgiando una società olistico-organica nella quale le libertà politiche ed individuali non sono assolutamente conculcate e il termine ultimo di riferimento e legittimità non è mai il singolo individuo anonimicamente ed atomisticamente inteso, ma il popolo olisticamente inteso. Possiamo quindi dire che fra Gramsci e Mazzini sussistono, certo, profonde differenze, l’uno guardava alla classe operaia e contadina come base di manovra per la sua azione politica mentre Mazzini guardava al popolo italiano ma se la classe operaia e la classe contadina costituiscono per Gramsci la totalità politica sulla quale doveva agire il nuovo principe partito comunista per portare queste due classi all’autocoscienza della propria totalità organica, per Mazzini, non classista ma in un certo senso ugualmente “totalitario” (totalitario ma non autoritario e penso sia meglio per questa comunicazione risparmiarci la ricostruzione dell’origine del termine e del suo impiego da parte di Mussolini, del fascismo e poi anche, se non soprattutto, da parte della pubblicistica di stampo liberal-democratico: ad altra puntata…), la totalità sulla quale svolgere l’azione politica era il popolo italiano nella sua interezza e l’agente che doveva portare il popolo italiano alla consapevolezza della sua totalità organica doveva essere sempre un partito politico, ma repubblicano, da lui guidato che, tramite sommosse e financo azioni che noi oggi definiremmo terroristiche, avrebbe cercato di far sorgere questa autocoscienza di totalità organica nel popolo italiano. Quindi sia Mazzini che Gramsci nella storia del pensiero politico italiano possiamo dire che fossero entrambi portatori di una linea di azione che possiamo dire ‘olistico-culturalista’ perché in assenza del suscitamento politico e pedagogico da parte dell’avanguardia politica dell’autocoscienza della propria natura olistica sulle rispettive masse di riferimento (classe operaia e contadina in Gramsci, popolo italiano in Mazzini), nessuna azione politica sarebbe stata né possibile né di alcun valore (i moti mazziniani che Mazzini sapeva votati ad un probabilissimo fallimento nell’immediato sono da Mazzini stesso indicati come fenomenale strumento pedagogico e i Quaderni del Carcere di Gramsci, oltre che testimoniare un’incrollabile fede di stampo veramente mazziniano nel trionfo finale della causa rivoluzionaria, sono intesi dal rivoluzionario sardo come strumento per portare le sue due classi di riferimento alla propria autocoscienza organica. Premessa indispensabile questa autocoscienza per il trionfo della rivoluzione comunista). L’antipatia di Gramsci verso Mazzini può quindi anche essere considerata come la percezione da parte del rivoluzionario sardo di avere avuto una sorta di precursore nella metodologia ed impostazione valoriale da parte di un personaggio il quale però non guardava esclusivamente al proletariato e alla massa contadina come base di azione politica, mentre di tutt’altro segno, giusto per fare un esempio che ci aiuti a rendere più chiaro il concetto, era l’avversione di Gobetti verso Mazzini: in questo caso il campione della rivoluzione liberale, quindi una rivoluzione che avrebbe ancor più accentuato i tratti atomistici e anomici del già allora esistente regime liberale, non poteva che considerare un vuoto filosofema tutta l’impostazione olistico-organica mazziniana.

L’epilogo della Repubblica Romana è il segno o la prova delle divergenze politiche e di azione politica fra i due?

Nella Repubblica Romana rifulse il genio politico di Mazzini mentre Garibaldi, anche se efficace sul piano militare, non riuscì nella maniera più assoluta a concepire un percorso politico per cercare di salvare la Repubblica Romana (Mazzini cercò sempre una trattativa col corpo di spedizione francese venuto per sopprimere la Repubblica Romana giocando sulle ambiguità politiche e sulla tradizione rivoluzionaria della Repubblica francese mentre Garibaldi voleva semplicemente rigettarla manu militari a mare, un progetto assolutamente impossibile da realizzare). Quindi anche se alla fine il progetto mazziniano di trascinare a fianco – o in posizione di neutralità – della Repubblica Romana la repubblica francese fu un fallimento. Esso dimostra che in questo caso il vero pragmatico della politica era Mazzini mentre Garibaldi, in fondo, altro non si comportò e connotò che come un validissimo militare ma sprovvisto di alcuna visione politica, e questo contrariamente a quanto si dice tutt’oggi anche a livello storiografico che Garibaldi fosse un concreto uomo d’azione mentre Mazzini sarebbe stato una sorta di generoso acchiappanuvole. Se vogliamo usare queste usurate categorie, è semmai vero il contrario. Mazzini il concreto uomo politico, Garibaldi il generoso, efficace uomo d’azione, ma in fin dei conti, politicamente ingenuo acchiappanuvole.

La guerra di Crimea vide la contrarietà di Mazzini alla partecipazione piemontese, perché?

Mazzini aveva capito benissimo che il monarchico regno di Sardegna tramite questa partecipazione avrebbe avuto ascolto fra le grandi potenze europee e questo, oltre a dare una svolta moderata e monarchica a tutto il movimento rivoluzionario italiano, celava anche un altro rischio che la storiografia non ha mai a sufficienza sottolineato: mentre Mazzini e Garibaldi intendevano per unificazione italiana tutta la penisola più le isole principali, intendevano cioè un’Italia con un territorio più o meno sovrapponibile a quello odierno, il regno di Sardegna e segnatamente Cavour non pensavano assolutamente a questo tipo di assetto territoriale, volendo Cavour ingrandire il Piemonte a spese del dominio diretto dell’Austria nell’Italia del nord e forse aggiungendo, se proprio si vuole esagerare, qualche propaggine dell’Italia centrale. Cavour definiva l’idea di una unificazione di tutta la penisola una autentica corbelleria e mi preme sottolineare che se la spedizione dei Mille fu segretamente appoggiata da Vittorio Emanuele II e dalla Gran Bretagna, dovette affrontare la contrarietà di Cavour. Comunque, per farla breve: il sognatore Mazzini era ben al corrente di tutti questi rischi qualora l’iniziativa della rivoluzione italiana fosse passata al Regno di Sardegna, Garibaldi bellamente li ignorava o fingeva di ignorarli.

Stimava più Garibaldi Giuseppe Mazzini o stimava più Mazzini Giuseppe Garibaldi?

Allo stato degli atti si può affermare che ad un’iniziale vicendevole e profonda stima, a partire dalla Repubblica Romana in poi mai nessuno dei due mise in dubbio la buona fede dell’altro, ma le accuse che entrambi vicendevolmente si scagliarono riguardarono l’altrui ingenuità politica e la conseguente facilità di manipolazione: nel caso delle accuse di Mazzini contro Garibaldi, ad opera della monarchia sabauda e nel caso delle accuse rivolte a Mazzini, secondo Garibaldi in una sorta di auto manipolazione mazziniana dovuta alle proprie elucubrazioni ideologiche e dalla sua intransigenza repubblicana che non avrebbero lasciato alcuno spazio di manovra politica con chi repubblicano non era ma intendeva comunque lottare per l’unificazione del paese. Sull’intensità intima di questi vicendevoli sentimenti di apprezzamento e di ridimensionamento delle rispettive figure, confesso che non so pronunciarmi, in quanto i due personaggi furono due figure pubbliche e quando si scrive e si agisce per la storia c’è sempre, in positivo come in negativo, un non detto, sul quale è sempre molto difficile esprimerci.

Qual era la potenza europea che Mazzini e Garibaldi stimavano di più e per quale motivo non avevano la stessa opinione sull’Inghilterra?

Garibaldi stimava moltissimo la Gran Bretagna (vedi la mia conferenza “Lo Stato delle Cose della Geopolitica Italiana nei Conflitti Mazzini/Garibaldi” e anche i lavori Eugenio Di Rienzo) e da questa fu anche decisamente aiutato nella sua spedizione dei Mille mentre Mazzini, pur avendoci vissuto molti anni, non espresse mai sentimenti di così forte amicizia, pur non arrivando mai direttamente ad accusare l’Inghilterra di una politica imperialista (veramente, come ho detto nella mia conferenza, Mazzini era ben consapevole che l’Inghilterra faceva i suoi comodi a danno di coloro che si mostravano più deboli e meno resistenti all’avanzata dell’uomo bianco, solo che questa aperta sincerità Mazzini la riteneva dannosa, alla luce del suo realismo politico, per tessere alleanze per una futura unificazione dell’Italia e dall’altro lato, Mazzini non era del tutto contrario al colonialismo europeo, perché da lui ritenuto propedeutico alla diffusione della civiltà). Ma per essere veramente sintetici, Mazzini amava profondamente solamente una nazione e questa era l’Italia, che nei disegni mazziniani doveva costituire il fulcro del futuro concerto europeo costituto dalle nazioni liberate dal giogo delle potenze continentali di allora, l’Austria e la Russia, ed affratellate in seguito all’abbattimento della Santa Alleanza, all’insegna di un’egemonia italiana meritata sul campo della distruzione di queste potenze prevaricatrici dei diritti dei popoli europei.

Cavour e Vittorio Emanuele II cosa pensavano di Mazzini?

Se fosse loro capitato Mazzini fra le mani e avessero potuto decidere unicamente alla luce delle loro convinzioni personali, lo avrebbero impiccato. Non so quindi cosa gli avrebbero fatto se fosse effettivamente capitato fra le loro mani. I due personaggi in questione erano sempre uomini politici e in politica non sempre, anzi quasi mai, si fa quello che si vorrebbe, ma sicuramente dare seguito alla condanna a morte che il Regno di Sardegna aveva posto sul suo capo, certamente rispondeva alla loro più sentita convinzione.

E, invece, venendo ai nostri giorni, quali virtù e quali manchevolezze sono proprie dell’attuale strategia geopolitica italiana??

Senza voler fare l’elenco delle più o meno commendevoli iniziative di pubblicistica geopolitica che in seguito alla guerra russo-ucraina hanno preso vigore e che sono sorte principalmente sul Web (e in questo generale movimento di rinnovamento di queste varie iniziative di pubblicistica geopolitica anch’io ho dato, soprattutto sul piano della riflessione teorica attraverso l’elaborazione del paradigma del Repubblicanesimo Geopolitico, il mio modesto contributo; ma di esso non parlerò oltre perché altro è l’argomento dell’intervista. Una cosa è però assolutamente necessaria dirla: i primi vagiti del Repubblicanesimo Geopolitico furono ospitati dalle colonne online del blog di geopolitica “Il Corriere della Collera”, ora cessato nelle sue pubblicazioni – ma ancora in rete – per la morte del suo fondatore, lo studioso di politica internazionale e mazziniano e pacciardiano Antonio de Martini, al cui impareggiabile magistero dovrà necessariamente ispirarsi la geopolitica italiana per la sua auspicabile rifondazione ab imis ma, in conclusione, del succitato movimento di rinnovamento della geopolitica italiana non mi dilungo oltre in quanto, proprio per la sua carica innovativa, eccentrico rispetto al mainstream della geopolitica italiana e quindi commendevolmente con scarso valore di rappresentatività della stessa e, comunque, chi si ritenga incuriosito da questa mia affermazione può benissimo andarsi ad ascoltare la mia conferenza, nella quale viene elencata, oltre alle lodevoli nuove iniziative di riflessione geopolitica, anche una nutrita schiera di “esperti” geopolitici, molto esperti nel realismo politico ma solo pro domo loro…), parlerò solo di “Limes” e del suo valente direttore e deus ex machina Lucio Caracciolo. Pensando ad uno dei suoi ultimi editoriali su YouTube, che si intitola “Stiamo perdendo la guerra. Medio Oriente e Ucraina in fiamme. L’Italia paga il conto ma non conta”, – ed io ho già definito questo titolo e il contenuto del video «disperazione ed ingenue illusioni di un geopolitico à la recherche du temps perdu» – penso che stiamo vivendo tutti una grande illusione. La Nato nella guerra russo-ucraina si è dimostrata inefficace, l’Italia non può però lasciare andare questo quadro di riferimento e deve quindi rafforzare i legami con gli Stati Uniti tramite un trattato bilaterale che rimedi alle problematiche messe in luce dalla crisi della Nato. Come si dice: auguri e figli maschi. Necessita quindi di un riorientamento gestaltico della politica e delle geopolitiche italiane in senso mazziniano come, appunto, avrebbe voluto De Martini. À suivre…

Il Professor Massimo Morigi ci ha concesso l’intervista pochi giorni dopo il IX febbraio, ricorrenza mazziniana della fondazione della Repubblica Romana del 1849. Più che una coincidenza.