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Gli orrori che si consumarono per decenni fra le rigogliose fronde delle foreste della Repubblica Democratica del Congo echeggiano fra le pagine più spettrali e meno considerate della storia.

Quando nel 1885 il “concerto europeo” delle grandi potenze attribuì il possesso del territorio al Belgio, il Re Leopoldo II ne fece un feudo personale, depredandolo e brutalizzandolo. Indirettamente, quegli eventi avrebbero ispirato il capolavoro di Joseph Conrad “Cuore di Tenebra” e quell’orrore radicato nel genere umano di cui Kurtz e Marlow sono diretti spettatori e protagonisti. Ex territorio dello Zaire durante il periodo di dominio di Sese Seko Mobutu nel segno del motto “Justice, paxi, travail”, l’ex Congo belga non trova pace.

Il Paese vive da decenni una fortissima crisi economica, infrastrutturale e politica. Nel cuore dell’Africa è terra di frontiera e di confine, potenzialmente esposta alle numerose escalation che si verificano tra signori della guerra e bande locali. Gli scontri tra l’esercito congolese ed il gruppo armato M23 nel territorio settentrionale del Kivu hanno costretto alla fuga oltre 135.000 persone, tra cui decine di migliaia di donne e bambini, attirando l’attenzione della comunità internazionale ed in particolare dell’Unione
Europea, che attraverso le parole del’’Alto Rappresentante Josep Borrel ha dichiarato: “L’UE è estremamente preoccupata per l’escalation della violenza nella parte orientale della Repubblica democratica del Congo (RDC) e per il peggioramento della situazione umanitaria che espone milioni di persone a violazioni dei diritti umani, compresi sfollamenti, privazioni e violenze di genere. L’incremento delle forze militari e l’uso di missili terra-aria e droni avanzati denotano un’escalation preoccupante che rende ancor più pericolosa la situazione, in particolare nei dintorni di Sake e Goma. L’UE ribadisce il suo fermo sostegno ai processi di Luanda e Nairobi. La soluzione per questa crisi non è militare, ma solo politica: deve essere raggiunta attraverso un dialogo inclusivo tra RDC e Ruanda per affrontare le cause profonde del conflitto, al fine di attuare le decisioni adottate nell’ambito delle iniziative di pace regionali e garantire il rispetto della sovranità, dell’unità e dell’integrità territoriale di tutti i paesi della regione. Le tabelle di marcia esistenti devono essere attuate; i meccanismi di verifica esistenti devono essere riattivati”.

Una presa di posizione tempestiva in un territorio in cui tuttavia l’Occidente ha lasciato spazio incontrastato all’ascesa della Cina che negli anni, in cambio della costruzione di infrastrutture e maggior sincretismo economico, ha ritrovato assoluta centralità per il commercio ed estrazione privilegiata di rame e cobalto, con Amnesty che stima circa 40.000 minorenni impegnati e sfruttati nelle miniere dell’ex Congo belga.

Un Paese in crisi, la cui lenta discesa nel baratro ha coinvolto anche l’Italia. Il 22 febbraio scorso è stato celebrato il terzo anniversario dalla scomparsa di Luca Attanasio, ambasciatore a Kinshasa e Premio Nassiriya per la Pace, ucciso in un agguato contro il convoglio del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite. Un evento che scosse il mondo della diplomazia internazionale ed italiana ed a cui non si
riesce a trovare soluzione tra depistaggi, indiscrezioni e misteri legati alla negazione di una scorta allo stesso ambasciatore, in una zona, quella del Kovu, in cui la Farnesina stessa sconsiglia qualsiasi viaggio o spostamento non necessario.

Attanasio è stato il primo ambasciatore italiano caduto nell’esercizio delle sue funzioni, tra le fronde di quegli alberi intrisi di sangue e sopraffazione, per un Paese che vive una lenta discesa nel baratro che non accenna a fermarsi.