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Da poco nelle librerie con “Per non morire al verde” per i tipi de Il Timone, Fabio Dragoni dati alla mano vuole convincere il suo lettore delle nefaste conseguenze che le politiche ambientali dell’Unione Europea determineranno sull’economia italiana ed europea, consegnandoci in toto alla Cina.

Il titolo del tuo libro, “Per non morire al verde”, lancia immediatamente un messaggio: la transizione ecologica proposta da Greta Thumberg e compagnia ci conduce direttamente alla fine dell’Occidente, della nostra filiera produttiva e della nostra economia, favorendo in tal modo i nostri competitor globali, pensiamo alla Cina, che dell’ambiente e del green se ne disinteressano alla grande. Concretamente quali sono i rischi a tuo avviso di un’applicazione acritica delle “posizioni ambientalmente corrette”?

I rischi sono chiari e fanno paura: le conseguenze di queste scelte ideologiche sono disastrose da un punto di vista economico e irrilevanti dal punto di vista ecologico. Lo dico con cognizione di causa e ti spiego il perché. Guardiamo al lato economico: non abbiamo una filiera della produzione di energia quindi ci consegniamo “mani e piedi” alla Cina e all’India che, come documento nel libro, detengono – e in particolare la Cina – oltre il 95% della produzione di pannelli fotovoltaici. Essendo le importazioni conteggiate nel PIL con segno negativo, qualsiasi investimento che noi facciamo va ad arricchire la Cina. Al medesimo tempo questa filiera che l’Europa non ha non può essere costruita da zero in alternativa a quella della Cina.

Non credi in una sovranità energetica dell’Unione Europea che la renda indipendente da altri paesi?

Se Bruxelles s’impegna nel creare una filiera energetica “autarchica”, andrà a perdere per quattro motivi. Si consideri che la Cina brucia tutto il carbone che vuole per produrre ciò che desidera, quindi è paradossale che da una parte noi vogliamo i prodotti cinesi ma al medesimo tempi diciamo di voler la transizione ecologica. La Cina ha un mercato di 1,4 miliardi di persone e, quindi, qualsiasi investimento che lei decide di fare, sarà sempre e comunque meglio ammortizzabile rispetto a noi per un motivo molto semplice, cioè per il fatto che le sarà sufficiente soddisfare una percentuale infinitesimale del suo mercato interno, oltre al mercato estero che siamo noi, e così hanno presto recuperato i soldi degli investimenti. Terzo motivo: la Cina, quale sistema autocratico, impone la legislazione sul lavoro che il partito auspica mentre noi chiaramente non possiamo farlo. Questo è un altro vantaggio competitivo. Infine, l’ultimo tema: la Cina sussidia le imprese senza troppi problemi, cosa che noi non possiamo fare.

Mentre dal punto di vista ecologico dici che è insignificante ogni passo in avanti dell’Europa nella transizione ecologica. Perché?

Sono i numeri a dircelo. Ridurre la nostra attività manifatturiera per motivi ambientali non avrà alcun effetto reale perché l’UE rappresenta l’8% dell’emissioni mondiali. Nulla rispetto ad altri players. Inoltre, abbiamo un caso di scuola: nel 2020, durante il Covid, le emissioni di CO2 sono diminuite del 5% ma la CO2 dell’atmosfera continuava a crescere per i fatti suoi.

Tornando al libro, apri con una contro-prefazione di Chicco Testa, ora dirigente d’azienda, ma che in una vita precedente ha svolto il ruolo di deputato nelle file prima del PCI e poi del PDS. Da uomo di sinistra si schiera, quindi, contro quel cieco ambientalismo promosso dal mondo radical chic progressista. Vengo alla domanda: la lotta contro questo tipo di ambientalismo perché accomuna talune persone che presumibilmente sono lontane anni luce sotto tanti altri temi?

La risposta è molto semplice: si tratta di buon senso. Quando sono persone competenti e pragmatiche – appunto di buon senso – che parlano di questi temi, ci si rende ben conto che l’agenda verde che ci viene imposta è un’agenda suicida per la nostra economia. E ciascuna persona di buon senso non può che dire “fermatevi e non uccidete l’Europa e i cittadini europei”.

Fa riflettere la vicenda “dei datteri” di cui parli nel libro, ossia la teoria per la quale in Italia – per via del riscaldamento globale – sarà possibile un giorno coltivare solamente datteri. Lei non nota che, come anche nel periodo della pandemia, vi sia una grande dose di sensazionalismo nell’affrontare il problema dell’ambiente? Vedi ad esempio anche il capitolo che dedichi proprio alla narrazione dei problemi ambientali, dove riporti le parole del segretario ONU Guterres che, stando a quanto dice, sembra che da un momento all’altro verremo bruciati da questa ebollizione climatica (così lui definisce il cambiamento climatico).

C’è un’estremizzazione anche per quanto riguarda le politiche ambientali, è vero. L’abbiamo vissuto col Covid e ora lo viviamo per l’”emergenza climatica. Come prima, anche adesso si sente parlare di “obiettivi zero”, ad esempio “net-zero” – faccio riferimento all’obiettivo delle “zero emissioni” entro il 2050. Ecco, ogni volta che c’è la parola zero, si apre la strada ad una compressione totale della libertà. Durante la pandemia, il motto era “Zero-COVID”: avevamo deciso che il virus non doveva essere curato ma doveva essere fermato nella sua trasmissione e quindi abbiamo abbassato le saracinesche ed attentato alla libertà delle persone, sospendendole dal lavoro perché non si erano vaccinate, il tutto con l’illusione che il virus si sarebbe fermato. In realtà, non si è fermato il virus, bensì l’economia e si è soprattutto fermata la nostra civiltà. Sospendere le persone dal lavoro perché non si erano fatte “la punturina magica” è stata una vera e propria violazione dello stato di diritto, altro che i fatti di Pisa (Dragoni fa riferimento alle manifestazioni pro-Palestina avvenute a Pisa e terminate con lo scontro tra manifestanti e la polizia, n.d.r.)

Tante previsioni che gli “esperti” hanno fatto e fanno in realtà poi non si sono concretizzate, però ogni giorno propongono una policy in più, tanto che viene da pensare che dietro a questa transizione green ci siano solo degli interessi. Ecco secondo te perché tanto clamore intorno a questo cambiamento climatico, ma soprattutto perché le soluzioni proposte sono tanto drastiche?

Sono proprio le soluzioni drastiche quello che cercano e vien da pensare che dato che spesso si rivelano queste politiche inefficaci e inutili, forse serviranno ad altri obiettivi. C’è una tendenza costante a restringere gli spazi di libertà delle persone, delle comunità e delle nazioni perché l’élite che comanda è straordinariamente felice di poter acquisire del potere. Sono interessanti le dichiarazioni di un deputato repubblicano americano Jim Banks – che trovate nel libro – che sostiene che il risultato di tutte queste misure altro non è che una restrizione degli spazi di libertà, ma soprattutto l’avanzare di un fascismo tecnocratico finanziario, dove chi comanda è al riparo dai processi democratici e sistematicamente alza l’asticella del terrore proprio per imporci le sue ricette.

In questo delirio climatico l’attuale Commissione europea è il faro dei deliranti. Il pacchetto Fit for 55, che, come scrivi nel tuo libro, “forse sarebbe il caso di chiamarlo pacco”, prevede una drastica riduzione dell’emissioni nette di gas di almeno il 55% entro il 2030. Servirebbero, tu scrivi, tre lockdown per tagliare più di un miliardo di tonnellate di emissioni di CO2. Vien da chiedersi se chi ha posto questi obiettivi green viva davvero sul pianeta Terra. Ecco, perché secondo te la grigia Bruxelles è stata invasa da questo fanatismo, da questa ideologia ambientalista? Cos’è successo?!

Facciamo un (importante e fondamentale) passo indietro: il progetto europeo nasce come progetto antidemocratico. Se ci leggiamo il documento di Altiero Spinelli, si parla di democrazia come di un peso morto e dell’abolizione della proprietà privata. Il progetto europeista, quindi, è un progetto fondamentalmente antidemocratico che parte dalla convinzione che i popoli europei possano unirsi negli Stati Uniti d’Europa. Invece, quella che abbiamo di fronte a noi è un’unione sovietica europea. Questo è il problema alla base di tutto.

Ma quindi non ci si può credere negli “Stati Uniti d’Europa”?

Mai e poi mai. Non siamo come gli USA. L’Italia e la Spagna non sono il Michigan e la Louisiana tanto per fare un esempio. Italia e Spagna hanno due lingue diverse, mentre l’inglese è la lingua madre sia in Michigan che in Louisiana. Lingue diverse fanno popoli diversi. Potremmo essere un’ottima conferenza di stati che di volta in volta si accordano su determinate politiche. Non oltre. Ed, infine, un’ultima cosa: l’UE nasce per garantire l’autonomia energetica ai paesi europei e di conseguenza creare un mercato unico. Quest’ultimo obiettivo è stato portato a termine, mentre il primo è completamente fallito. Ecco, se l’UE ha fallito uno dei suoi obiettivi primari, i benpensanti progressisti credono davvero negli “stati uniti d’Europa”?