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Il centrodestra ha vinto in Abruzzo, ma ha vinto anche in Sardegna. Come afferma Luigi Crespi, politicamente parlando “la sinistra non si è resa conto che quel voto di lista della Sardegna non era una stravaganza locale delle abitudini dei villici, ma una tendenza politica”.

Che l’ormai Sardegna di Todde, o almeno… quella metà ad averla fatta vincere per poco più di un migliaio di voti, non sia quella raccontata da lei e dal suo entourage è sotto gli occhi di tutti. Appena eletta Presidente della Regione, una delle sue prime uscite è stata di attacco anziché di contenuti – ma questa non è una novità – tale da spararla ancora più grossa di quanto potesse fare in campagna elettorale: “I sardi hanno risposto ai manganelli con le matite”. Una frecciatina rivolta al governo Meloni, con l’intento di pungere ancora la destra – la cui sua sola colpa è di difendere le forze dell’ordine nell’esercizio delle proprie funzioni – su dei fatti recenti, ampiamente discussi e tutt’al più ormai passati. Come se fosse stato l’uso dei manganelli, imputato alla destra, a deviare il voto degli elettori dalla destra alla sinistra. Sfugge, forse volutamente, un dettaglio: chi vota Meloni, o chi per lei, non condanna i manganelli, se ben usati, e ben vede la polizia; non la teme, non la minaccia, non la ingiuria, non la aggredisce, non usa etichette come “sbirro” o “ACAB”.

Non può essere intesa, dunque, come una vittoria sfiorata per questioni politiche, ossia per modi o attenuanti non condivise dal popolo, in questo caso, sardo. È una piccola vittoria conseguita ai calci di rigore dopo lunghi tempi supplementari. Lo scostamento, infatti, è di soli 0,4 punti percentuali. Anche in quest’ottica, lasciarsi trasportare dal sogno fantasmagorico di credere che “il vento è cambiato”, rispetto alle precedenti elezioni, suona come un azzardo alla ridicolaggine. D’altronde, cosa ci si poteva aspettare da un movimento fondato da un comico, guidato tra i tanti da un bibitaro, elargitore di soldi pubblici ai nullafacenti (lo chiamavano Reddito di Cittadinanza!), e con a capo l’avvocato – ma quale avvocato?! – del popolo Conte?

Ciò che ha determinato non tanto la “sconfitta” quanto una “non decisa vittoria” per la destra è stata la mancata o errata strategia di Palazzo Chigi. In questo la Meloni deve fare mea culpa, ammettere di non poter essere onnipresente e lasciare anche ad altri la possibilità di fare. Per prima cosa occorre, ad oggi, attenzionare i responsabili alla comunicazione, perché la falla è dovuta ad una evidente debolezza strategico-comunicativa.

Apprezzabile e comprensibile la presa di responsabilità del vinto Paolo Truzzu che si addossa ogni colpa: “È una mia sconfitta, non di Giorgia Meloni”, ma obiettivamente patetica in quanto, forse, il candidato alla presidenza ha fatto anche troppo per le sue possibilità, soprattutto in termini temporali. Qui la colpa viene proprio da Roma. Tuttavia, questa sua uscita dimostra, ennesimamente, l’unità e forza di un partito, Fratelli d’Italia, e di tutto il centrodestra, che pur di non piegarsi e di mandare avanti la baracca, cerca di veicolare la propria sconfitta facendo uscire tutti a testa alta. Inimmaginabile per la frastagliata sinistra.

Poi arriva l’Abruzzo. I risultati di questa regione erano – a dire il vero – un po’ scontati. Parliamo del collegio della stessa Giorgia Meloni, motivo per cui sarebbe stata drammatica e inaspettata una sconfitta. Il suo partito, difatti, si attesta sopra il 24%. La sorpresa arriva in casa Forza Italia che, invece, supera la Lega quasi raddoppiandola. Un ottimo risultato per gli azzurri berlusconiani, frutto del lavoro del neosegretario Antonio Tajani. Così, mentre il presidente uscente e riconfermato, Marsilio, si appresta a rimandare la partenza di altri cinque anni, Luciano D’Amico lamenta la “bruciante sconfitta” rammaricato da un presunto astensionismo. Va ricordato, ancora una volta, che il gruppo degli indecisi non costituisce il mancato appoggio elettorale; probabilmente, se gli astenuti si fossero espressi, avrebbero reso la differenza ancora più netta votando anch’essi a destra.