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Gilbert K. Chesterton (1874-1936), nato in Inghilterra da madre scozzese , è stato considerato a ragione uno dei più importanti intellettuali del 1900. Penna estremamente feconda, fu autore di romanzi, poesie, saggi, racconti oltrechè giornalista.

Dopo un periodo travagliato in cui cadde in una profonda crisi religiosa perché insoddisfatto di quello che era in quel tempo il pensiero dominante cioè di tipo determinista, relativista ed evoluzionista, nel 1922 aderì alla fede cristiano-cattolica. L’opera più importante è senza dubbio Ortodossia, un romanzo filosofico nato come replica ai critici che gli chiedevano quale fosse la sua visione del mondo, che dimostrò essere fermamente cristiana in quanto unica risposta vera a ciò che l’uomo aspiri, cioè al Vero, al Bene, al Bello, al Giusto.

Fece due viaggi in Italia e intervistò Mussolini del quale ne dava un giudizio positivo, eccetto per quanto riguarda la guerra in Etiopia da anti-colonialista (anch rispetto all’agire del suo Paese) qual’era. Quando morì, Papa XI inviò un telegramma alla famiglia in cui lo dichiarava “Defensor fidei”.

In un capitolo di Ortodossia affronta il tema della democrazia e della tradizione viste come inscindibili. Egli scrive: “Non posso separare le due idee: mi sembra evidente che siano la stessa cosa”. Diceva che le cose più importanti le aveva imparate da bambino. Quali erano? Per lui erano la vita, la famiglia, l’educazione dei figli e il diritto conforme alla legge naturale.

Sulla tradizione scrisse che non è altro che la democrazia estesa nel tempo. La definiva la “democrazia dei morti” nel senso che c’è una continuità, un rapporto fra morti e vivi , un tramandamento di valori. Per cogliere il valore che Chesterton dava ai suoi precedenti vale la pena citare che col termine “miei maggiori” definiva chi ci ha preceduto e da cui non si può prescindere.

Il senso del suo pensiero è che dobbiamo conservare quanto più di bello, importante ci hanno consegnato. Queste sono le loro esperienze su cui basarci. “Il vero soldato combatte non perché odia ciò che è di fronte a lui ma perché ama ciò che è dietro a lui”.