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EMMANUEL MACRON PRESIDENTE FRANCESE

C’era un tempo in cui i “cugini d’oltralpe” erano la nazione che vantava i rapporti migliori con l’impero dell’Est. Un tempo in cui la loro maggiore preoccupazione era mantenere “la stabilità e la pace” – non importa quale stabilità e quale pace – anche a costo di mettere a repentaglio (non avvenne mai, ma ci si andò vicino varie volte) quell’alleanza da sempre così sofferta con l’Anglosfera. E uno che volesse andare ad approfondire la storia delle relazioni tra Francia e Russia si sorprenderebbe nel notare la quantità di legami e di elementi comuni tra queste due nazioni. Due Imperi retti dall’assolutismo, due
Rivoluzioni più sanguinarie che progressiste, due Repubbliche semipresidenziali mai davvero scevre del piglio autoritario che ha sempre contraddistinto l’identità dei loro sovrani (con le dovute differenze, s’intende chiaramente).

Oggi quel tempo sembra solo un lontano ricordo, e non sappiamo ancora dire se sia un bene o un male, ma molti di quanti hanno sempre auspicato (e tra questi può inserirsi anche chi scrive) un deciso cambio di passo nella postura di Parigi rispetto alla guerra in Ucraina, ora si trovano ad avvertire una forte preoccupazione. Perché non è difficile immaginare – visti diversi dei precedenti storici manifestatisi negli ultimi sette anni di regno di Emmanuel Macron – che le cose si trovino in realtà in uno stato leggermente diverso da come la vulgata mediatica le sta vendendo.

Parigi, 26 febbraio 2024. Nella conferenza stampa seguita ad un vertice internazionale convocato per manifestare solidarietà all’Ucraina (forse – e possiamo dire ‘forse’ ma forse anche no – per rimediare alla brutta figura della diserzione, due giorni prima, alla riunione dei leader del G7 presieduta da Giorgia Meloni a Kiev), ennesima occasione ideata e sfruttata dal presidente francese per volgere su di sé le luci del palcoscenico, Macron apre a un’ipotesi finora sempre esclusa da qualsiasi tavolo di discussione in sede europea e atlantica: l’invio di soldati Nato sul suolo ucraino.

L’ipotesi viene da subito saggiamente bocciata dalla quasi totalità degli alleati della coalizione che da due anni assiste l’Ucraina nella sua guerra di resistenza all’aggressione russa: Berlino, Roma, Londra e Washington hanno preso chiaramente la distanza dalla posizione espressa da Macron. È chiaro a tutti che si tratta di uno scenario indiscutibilmente improponibile, che contrasta con tutte le conclusioni espresse a qualunque vertice internazionale – da due anni a questa parte – sul tema del sostegno all’Ucraina. Un’ipotesi estrema, francamente impossibile da approvare se nel corso degli ultimi due anni altre proposte di aiuto concreto a Kiev, sicuramente meno rischiose, sono state espunte dal novero degli strumenti disponibili.

A questo punto credo sia necessario inserire una premessa orientativa rispetto al tema trattato.

Chi scrive sostiene da diverso tempo che il mix “sanzioni più armi” sia la strada privilegiata da seguire, ma comunque il minimo sindacale, che non porterà a una vittoria – e quindi a una pace – in tempi brevi. Chi scrive sostiene che l’Ucraina dovrebbe essere aiutata dall’Occidente a ripristinare la propria sovranità su tutto il territorio nazionale (Donbass e Crimea inclusi) mediante una strategia di “accompagnamento” della guerra di liberazione, da attuarsi per mezzo della creazione di una No-Fly Zone controllata dalla Nato che copra tutti i territori liberati dalle Forze armate ucraine dal 24 febbraio 2022 ad oggi, in modo da circoscrivere così la guerra nelle sole zone ancora occupate dai russi. Chiudere i cieli sopra Kiev, Leopoli, Odessa e Kharkiv – con intervento immediato della Nato contro obiettivi russi in caso di violazione – renderebbe l’invasione su larga scala un ricordo lontano, eviterebbe nuove vittime civili e consentirebbe agli ucraini di concentrare le proprie energie da un lato nello sforzo bellico a Sud-Est e dall’altro nella ricostruzione. Per dirla in altre parole, l’obiettivo dovrebbe essere quello di rendere la liberazione dell’Ucraina un processo irreversibile, e rendere edotta la Russia del fatto che l’Occidente è pronto a difendere questo obiettivo con fermezza.

L’idea di Macron di imbastire invece una sorta di missione ‘boots on the ground’ è un progetto che fa acqua da tutte le parti, e non solo dal punto di vista militare (include, a tacer d’altro, il rischio concreto che si mandino a morire i nostri ragazzi, presumibilmente inutilmente): il problema maggiore è forse la linea comunicativa che il presidente francese ha deciso di utilizzare. Un commento a caldo in conferenza stampa, poi varie reiterazioni del medesimo concetto sui canali social e in un’intervista tv. Mentre questo articolo viene redatto, il profilo X di Monsieur Macron riporta deprimenti video girati in modalità selfie
dove il presidente “spiega” cosa secondo lui sia necessario fare per sostenere l’Ucraina, e poi qualche risposta ai commenti “screenshottati” dei cittadini francesi. Tutto normale, tutto perfettamente in linea con le prassi comunicative della nostra epoca, se non fosse che siamo davanti a una questione di sicurezza nazionale e non la sagra del Roquefort… Un vecchio adagio del presidente Roosevelt (Theodore, non Franklin Delano) recitava saggiamente “Speak softly and carry a big stick”, ossia “parla piano e portati un grosso bastone”. L’esatto contrario della leggerezza baldanzosa con cui l’Eliseo parla di mandare a morire i propri soldati in un Paese straniero senza nemmeno aver concordato previamente una linea con tutto il resto dell’Alleanza. Non occorre essere dei geni per azzardare una linea comunicativa meno ridicola di questa, quando si parla apertamente di guerra.

Ma c’è un’altra considerazione che reputo opportuno fare, e ci riporta all’incipit di questo articolo. Chi ha seguito gli avvenimenti degli ultimi due anni con un grado medio di attenzione non avrà difficoltà a ricordare che all’interno della compagine europea, è sempre stata proprio la Francia di Macron a cercare in ogni modo e in ogni momento possibile di volgere il piano della discussione ad un negoziato con Putin, con vari inviti a “non umiliare” il dittatore del Cremlino. E allora come si spiega il mutamento repentino di queste settimane, in cui l’Eliseo arriva a minacciare – con tutta la goffaggine già illustrata –
uno scontro diretto sul campo?

Un signore che di deterrenza (e di Francia) capiva qualcosa, l’ex segretario della Difesa americano Donald Rumsfeld, ai tempi della guerra in Iraq disse che la Francia era espressione della “Vecchia Europa”, cioè di quell’Europa che in fin dei conti non aveva mai accettato l’alleanza con gli Stati Uniti e che preferiva l’appeasement nei confronti dei regimi dittatoriali alla promozione della causa della libertà nel mondo (erano i leggendari tempi in cui anche alle patatine fritte veniva cambiato nome sui menù, da French fries in Freedom fries). Aspri dissapori tra Parigi e Washington ci sono sempre stati, prima e dopo l’Iraq. Basti ricordare il caso della Georgia: fu l’azione diplomatica di Sarkozy nel 2008 a “salvare” Putin da una reazione di Bush, aprendogli di fatto la strada ai successivi interventi bellici in Crimea, Siria e Ucraina. La verità è che la politica estera francese ha sempre vissuto la Nato a trazione americana come una presenza ingombrante, e continua a percepirla così anche oggi.

Che cosa è davvero cambiato, però, tra ieri e oggi? La non irrilevante irruzione, all’interno del dibattito politico, del progetto di costruire una Difesa europea. Quel progetto che negli anni Cinquanta si arenò proprio a causa della Francia e che oggi invece la stessa Francia già considera come lo strumento prediletto per imporre la propria influenza sull’Europa intera. Come già la Germania ha saputo ritagliarsi il ruolo di “guida” dell’Eurozona e dell’economia del Vecchio Continente, così la Francia spera di poterne assumere il comando sotto il profilo militare. E se un coordinamento più stretto tra gli stati europei – sempre all’interno della cornice Nato – e una strategia industriale comune sono necessità storiche irrimediabili e verosimilmente auspicabili, chi scrive ritiene che qualunque (ambiziosa) ipotesi che comporti, anche solo in potenza, lo scollamento tra Europa continentale e Anglosfera debbano considerarsi irricevibili. E non per ossessivo atlantismo, ma perché l’Europa ha una necessità che viene ancora prima della sua unità di intenti e d’azione, ed è quella di preservare la propria pace interna. La storia ha già dimostrato che la riconduzione dell’intero Continente sotto un unico potere egemonico non ha mai portato né la pace né altri esiti positivi.

Questo è particolarmente vero se poi si cala il principio nella realtà attuale. Quali interessi perseguirebbe e difenderebbe nel mondo un fantomatico “esercito europeo”? Quelli su cui tutti gli stati membri sono d’accordo (cioè nessuno, vista la distanza siderale tra certi posizionamenti rispetto, ad esempio, al conflitto mediorientale o alle crisi nel Pacifico o ancora in relazione alla stessa guerra in Ucraina!)? Oppure quelli imposti dalla potenza egemone, vale a dire la Francia, unica titolare di un seggio nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, unica potenza nucleare del Continente e unica probabile intestataria della casella “Commissario alla Difesa” delle prossime Commissioni europee? In Libia staremo con i cirenei o con i tripolitani? Quali priorità ci daremo nel Sahel? (Chiunque aderisce in modo acritico al progetto dell’Armata Blu, provi a rispondere a queste “semplici” domande).

Prodromica alla costruzione di un’Unione europea della Difesa e di un “esercito europeo” è quindi la necessità, per Macron, di presentarsi nell’immediato come “l’uomo forte” dell’Unione. Se si vuole, come il suo protettore, un po’ come Carlo Magno ambiva ad esserlo per la Chiesa di Roma (la storia si ripete, ma non voglio scomodare Karl Marx…). Si tratta di una mera strategia propagandistica “di plastica”, buona per sfogare il proprio ego su Instagram e TikTok, e non di una concreta iniziativa di supporto al popolo ucraino, che magari avvertirà sul momento (sempre che, invero, il popolo ucraino non abbia di
meglio a cui pensare) una grande solidarietà europea e poi vedrà queste speranze tradite. Anche per loro – soprattutto per loro! –, per quegli ucraini che da due anni combattono per la nostra sicurezza e la nostra libertà, non possiamo permetterci di trattare il tema della guerra come una televendita, giocando a chi la spara più lontana. È un modus operandi non solo – come già prima ricordato – strategicamente pericoloso, ma anche inauditamente volgare.

C’è qualche speranza? Sì, qualche speranza c’è. Emmanuel Macron non è nuovo ai dietrofront.

Molti ricorderanno una apparizione televisiva del presidente nel momento più aspro delle rivolte che l’anno scorso dilagarono per tutta la Francia a causa della riforma delle pensioni. Durante quella partecipazione televisiva, il presidente tentò – invero molto goffamente – di sfilarsi e di nascondere un costosissimo orologio da polso, che temeva potesse indispettire qualche telespettatore in un periodo di gravi contrasti sociali. Un piccolo episodio, ma psicologicamente molto interessante, che dà la cifra dell’azione politica di Macron: la discontinuità e la mutevolezza come vangelo, il nulla come Stella Polare. Tutto e niente, come nella peggiore tradizione centrista-democristiana. Ogni cosa e il suo contrario, senza scrupoli di sorta. Da “En marche” a “En marche arrière” come se niente fosse.

È stato così anche per l’Ucraina, continua ad esserlo, e lo sarà. Una rondine non fa primavera e un gallo non può trasformarsi da colomba in falco. Un gallo rimane un gallo. Al massimo, può aspirare ad essere un pollo.