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ELLY SCHLEIN SEGRETARIA PD, MAURIZIO LANDINI SEGRETARIO GENERALE CGIL, GIUSEPPE CONTE POLITICO

Il campo largo per elezioni regionali in Basilicata: trattative, stallo, veti incrociati, fuoco amico, correnti. E poi, il tentativo di una sintesi, telefonate senza risposta, tabici messaggi vocali, cinque candidati cambiati in pochi giorni e poi la scelta di un candidato praticamente a sua insaputa. Caos. Il campo largo, o giusto, comunque lo si chiami è morto. Anche per le elezioni in Piemonte: il Pd da una parte, i 5 Stelle da un’altra, con i vari partitini che non hanno in dote una “doppia cifra”.

Sicché gli elettori di centro sinistra, di sinistra e di estrema sinistra, si ritroveranno di fronte all’ennesima caccia a un fantasma ai prossimi appuntamenti elettorali. Il fantasma di un morto in Sardegna ed apparso in Abruzzo. Il fantasma dell’opposizione. Senza la quale mancherebbe la resistenza dell’aria che permette a un aereo (il Governo) di reggersi in volo. L’insegnamento di Calamandrei sembrava aver dato i suoi frutti in Sardegna, quando il campo largo ha vinto (per poco) dando idea di utile resistenza. I primi germogli di questo processo fiorirono sulla prima pagina de Il Giornale, con una libera e produttiva critica al Governo firmata da Augusto Minzolini. Ecce democratia.

Invece è stato un abbaglio. Pd, 5 stelle, Azione, Verdi e i rimanenti non offrono un progetto politico, innanzitutto realistico e poi condiviso. Le posizioni in politica estera la dicono lunga. I loro principi, le posizioni e le idee non troveranno alcuna pratica applicazione, tranne una scellerata caccia a qualche “fascio” espiatorio, poiché non esistono convergenze politico-programmatiche, in un contesto in cui il
campo largo/giusto si configura solo al momento del voto. L’opposizione offre ai propri elettori quello che in architettura chiamano un rendering, non un concreto progetto politico. Una resa grafica, un’eventuale realizzazione di un appartamento vuoto che comunque resterà vuoto, e pure sfitto.

“La sconfitta in Sardegna e un’alleanza che non regge: la destra è in affanno. Rincorre, si agita, strepita, elargisce mancette e prova a mettere delle toppe al pessimo lavoro della sua classe dirigente sui territori. L’unico collante che li tiene insieme è il potere, la fame di poltrone, perché dove governano lo fanno male. E a pagarne il prezzo, salato, sono il Paese e le Regioni che amministrano”. Copio e incollo il nostalgico post sull’Instagram del Pd che ricorda il Roma – Lazio 4:0, 21 novembre del 1999, affisso al bar dei Cesaroni. Dopo Abruzzo, Basilicata, Piemonte, (Ucraina), a cosa altro si può paragonare la proposta politica di questa opposizione se non a mero rendering? Tra l’altro già visto. Quando il Partito Democratico di Enrico Letta, dopo aver passato anni a cercare l’alleanza con i 5 stelle, stabilì invece un’alleanza con Azione e +Europa, con un manifesto redatto da Carlo Calenda che però uscì dalla coalizione per unirsi a Italia Viva solo pochi giorni dopo che Letta aveva stretto un’alleanza con Fratoianni e Bonelli, ma con un accordo programmatico differente da quello condiviso con Azione. Un ponderoso progetto comune durato pochi, pochissimi giorni.

La storia si ripete. E il ripetere alla nausea la stessa azione aspettandosi dei risultati diversi, è follia. Qualcuno tra i tanti intellò di sinistra avrà letto questa previsione di Einstein. Molti elettori anche se non l’hanno letta, già l’hanno fatta propria. Infatti, in Italia vince la destra perché si occupa della realtà. La sinistra è solo ideologica. Questa invece l’ha detta Meloni. Che vince e convince.