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COMMEMORAZIONE DI PAOLO BORSELLINO A TRENT ANNI DALLA STRAGE DI VIA D AMELIO FOTOGRAFIA STELE FIORI CEPPO ALBERO FALCONE BORSELLINO

Giorgia Meloni ha iniziato il suo impegno politico militante dopo aver visto alla tv le immagini drammatiche di via D’Amelio. Per lei è stato naturale scegliere la destra, il Fronte della Gioventù, come luogo dove poter esprimere quell’impeto di legalità e giustizia mortificato dalle stragi di mafia.

Lo stesso impeto morale che ha percorso un’intera generazione, molta della quale ha scelto, come lei, che fosse la destra a rappresentare al meglio il riscatto dalla partitocrazia, corrotta e spesso anche collusa. In altri termini la stessa scelta fatta da Paolo Borsellino, che aveva individuato nella festa del Fronte della Gioventù in Sicilia la casa giusta per raccontare a quei ragazzi il suo senso dello Stato.

Ma perché proprio la destra? I superficiali diranno che era una scelta facile, una specie di grillismo ante litteram, un voto di protesta, qualcosa di pancia, che come ogni mal di pancia, sarebbe passato a breve. Se tuttavia quella stessa Giorgia Meloni oggi siede a Palazzo Chigi è segno che quel mal di pancia, quel “morbillo”, parafrasando una nota rivista della destra giovanile di qualche decennio fa, non è ancora passato.

Certamente nei primi anni 90 era più facile raccogliere il consenso, specie dei più giovani, essendo una comunità politica esclusa dall’arco costituzionale. Tuttavia c’era molto di più. C’era l’esempio di tanti esponenti della destra meridionale che sul territorio avevano incarnato battaglie per la legalità, facendo della moralità una condotta per la vita, oltre la politica. Beppe Alfano, Pippo Tricoli, Enzo Fragalà, e tanti altri erano figure che si innalzavano ben oltre i confini della politica, parlando alla società tutta, attirandone stima e rispetto, con l’esempio appunto. Lo facevano in virtù di una cultura politica profonda, e riconosciuta dai cittadini. Oggi ci potremmo accorgere che tanti degli “eroi” dell’antimafia, soprattutto quelli silenziosi, alla destra guardavano con simpatia e affetto, anche se non lo potevano manifestare pubblicamente.

E allora come è possibile che nei 30 anni successivi la sinistra, anche quella giudiziaria che ha combattuto ferocemente contro i Falcone ed i Borsellino in vita, ha monopolizzato, strumentalizandolo e distorcendolo, il tema dell’antimafia?

Perché la destra risucchiata dal governo, non ha curato adeguatamente quella cultura profonda, attualizzandola, facendola camminare sulle gambe di tanti altri che meritoriamente hanno continuato sull’esempio degli illustri predecessori. Si sono vinte diverse elezioni, ma si è persa la “guerra culturale”, facendo emergere una certa subalternità verso chi indossava la maschera della legalità, facendo del professionismo antimafia uno strumento di propaganda e di clientela politica.

Un errore, capitale, che non va ripetuto, adesso che al governo la destra è entrata dalla porta principale. Il primo giorno di primavera si celebra la giornata contro tutte le mafie, e allora mi aspetto che per tutta la primavera fioriscano a decine le iniziative nelle scuole, manifestazioni, convegni, approfondimenti, in cui una rete di realtà si attivino per raccontare chi la lotta alla mafia l’ha vissuta e sentita come impeto morale, non come mezzo per la carriera politica o giudiziaria.

Fratelli d’Italia ebbe la felice intuizione di scrivere il nome di Sergio De Caprio, il Capitano Ultimo, sulla scheda elettorale in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica nel 2013. Un voto di bandiera, certo. Ognuno ha le sue bandiere. Ed allora sarà il caso di rialzarle, con orgoglio, senza alcuna timidezza. Perché sono le bandiere di chi stava dalla parte giusta della storia.

Si faccia raccontare ai ragazzi di oggi cosa significa combattere per la legalità, servendo lo Stato, dalle voci di chi la mafia l’ha combattuta e vinta sul campo. Si faccia attraverso di esse riscoprire quel fresco profumo di legalità che viene dall’amore per l’Italia, piuttosto che lo stantio di una retorica falsa e faziosa che per 30 anni ha inquinato il dibattito pubblico nei salotti, in Parlamento e nelle aule giudiziarie.