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Giuseppe Prezzolini è stato uno degli intellettuali più vivaci, controcorrente e anticonformisti com’è noto. Da poco è uscito un libro in suo ricordo direttamente firmato dal Ministro della cultura Sangiuliano.

Nel “Codice della vita italiano” Prezzolini sosteneva che “l’Italia non è né aristocratica né democratica ma anarchica e che da essa veniva sia il male che il bene”. Sulla famosa rivista “La Voce”, da lui fondata, si definiva un anarco-conservatore. Una definizione che all’apparenza può sembrare una palese contraddizione, ma in realtà definisce in modo appropriato la sua personalità. Una personalità indubbiamente fuori dagli schemi classici della politica, cioè destra e sinistra, quindi non inquadrabile.

Nell’opera forse più importante, “Il Manifesto dei conservatori”, si dichiarava un “anarco-conservatore” partendo dal fatto che attaccava la corrente del positivismo così come il pensiero progressista, pur non identificandosi mai in un’appartenenza politica opposta. Egli diceva che il vero conservatore rispetta le consuetudini e diffida dalle innovazioni imposte dall’alto. Prezzolini, quindi, contestava il pensiero reazionario in quanto accettava storicamente i movimenti graduali.

Egli scrive nel “Manifesto”: “Il vero conservatore sa che non si possono modificare senza pericolo i fondamenti della vita sociale”. Anti-ideologico per natura, dava valore ai fatti partendo da una
premessa, cioè che di fronte a problemi nuovi, servono risposte nuove ma che siano sempre legate alla realtà, non a delle ideologie. Riguardo allo Stato diceva: “Mi par utile, anzi necessario, come è necessaria la latrina di casa”.

In relazione alla storia del passato italiano e della sua romanità ne smontò le basi teoriche, sostenendo che “gli italiani sono artisti e i Romani erano il culto delle legge”. In “Ideario” scrive: “Per provare l’uguaglianza dei sessi non è necessario che s’ invertano i sessi; per confermare la propria religione non è richiesto che si accetti quella degli altri”. Per lui non si doveva restaurare ciò che è scaduto bensì recuperare tutto ciò che è vivo ed eliminare l’inservibile. Del progressista diceva che “è la persona di domani mentre il conservatore è la persona di dopodomani perché modernizza la società”.

Né fascista né antifascista, un anarchico si potrebbe dire, anzi un “apota” come si definì, cioè “uno che non se la beve”. Indubbiamente un conservatore atipico diverso da tanti altri.