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STRAORDINARIA ESPOSIZIONE DEGLI ARAZZI DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI IN CAPPELLA SISTINA © GOVERNATORATO SCV - DIREZIONE DEI MUSEI

Si immagini di camminare in un bel palazzo rinascimentale o barocco, finemente affrescato. Ecco, ad esempio la Cappella Sistina. La prima idea che verrebbe in mente a chiunque è di rivolgere un’aspra critica nei confronti di Michelangelo, quel birbante sessista che ha osato raffigurare personaggi biblici come uomini bianchi e nerboruti. Un retrogrado, reazionario di certo.

Bisogna ammetterlo, chiunque penserebbe questa cosa passeggiando per la Cappella Sistina. Ovviamente si tratta di pura ironia, ma la cosa è più grave di qualche motto di spirito, anzi gravissima. Come al solito gli Stati Uniti tornano a far parlare di loro e, come al solito da qualche anno, per i motivi peggiori: la mostruosità della woke culture. La scrittrice Robin DiAngelo, autrice di Fragilità Bianca (ma che bel titolo!), circa la creazione di Adamo, afferma: “Dio crea l’uomo. Dio è in una nuvola, attorniato da tutti questi angeli, si protende e tocca Davide, o qualcosa del genere. E Dio è bianco, Davide è bianco e gli angeli sono bianchi.” Aggiunge poi che questa rappresentazione è “la perfetta combinazione tra suprematismo bianco e patriarcato”.

Volendo tralasciare l’errore (confonde Davide e Adamo), non serve una laurea ma un minimo di cultura generale, per capire che sia tutto sbagliato. Nulla è al suo posto in queste affermazioni. È necessario sapere il contesto: la Roma dei Papi nella prima metà del ‘500, ed il soggetto, ossia le varie vicende della Bibbia. Il tutto già è molto eloquente. Michelangelo, oltretutto, s’ispira per rappresentare i soggetti ai canoni della statuaria greca (ricordiamo che Michelangelo era in primis uno scultore). Ed i canoni di bellezza greci, desumibili sia dalle sculture che dalla fiorente letteratura, non erano di certo tratti somatici maghrebini o mongoli.

Non c’è bisogno, inoltre, di dilungarsi troppo sul perché si ispiri all’arte greca, difatti il Rinascimento è stata un’epoca di riscoperta dell’antichità classica. Ad ogni modo, sia nel mondo classico che nel mondo rinascimentale, non esisteva il processo di globalizzazione di oggidì, la circolazione di cultura e uomini differenti nel mondo era molto più ristretta. Sia nel mondo classico che in quello rinascimentale, sono
stati rappresentati anche uomini di colore in determinati contesti in cui erano presenti effettivamente. Ma nella Cappella Sistina non si cerca il realismo, non è un quadro di Courbet, è un soggetto religioso di epoca rinascimentale, ha i suoi criteri. Dunque è presto smontata l’accusa di suprematismo bianco.

Per quanto riguarda il patriarcato, questa scrittrice avrebbe dovuto guardare la totalità della Cappella Sistina, per accorgersi della presenza, anche importante, di personaggi femminili, come le Sibille, raffigurate possenti e sapienti, doti normalmente relative al mondo maschile nell’arte del tempo. Oltretutto in una scena biblica in cui i soggetti sono maschili, perché avrebbe dovuto cambiarli con delle donne? Forse questa scrittrice è abituata alla Disney, nelle cui favole i bianchi diventano neri e gli uomini donne.

Infine, guardiamo l’arte di altri continenti. Per caso gli africani nelle loro rappresentazioni raffigurano uomini bianchi e neri tutti insieme felici? Oppure la raffinatissima arte persiana. Nelle illustrazioni del poema epico nazionale, Il Libro dei Re, da quelle medievali fino al ‘500 stesso (quasi coeve al Michelangelo), l’imperatore romano Valeriano e la sua scorta, dopo la sconfitta ad Edessa (260 d.C.), è rappresentato con i costumi ed i tratti orientali. Tipico esempio di suprematismo iranico, patriarcato (gli eserciti sono composti da uomini) e fragilità dell’uomo iranico. Giusto? O forse no. Anzi proprio no. Insomma, nulla delle affermazioni di Robin Di Angelo sta in piedi.

Come al solito guardare il passato con le categorie del moderno, oltre ad essere una bestemmia per qualsiasi tipo di attività accademica, impedisce di cogliere l’essenza del passato, dell’arte e della letteratura, svuotando e svilendo una cultura millenaria che è parte del patrimonio comune del mondo occidentale, con tutti i suoi particolarismi.

Può risultare anche una perdita di tempo confutare questi deliri, ma non lo è. Il mondo dei social sta portando anche in Italia ed Europa questa subcultura tutta statunitense. Quella che ha portato certe università ad istituire percorsi di ogni tipo, invece di raccontare i classici greci e latini, forse chissà divenuti evidentemente diabolici. Piuttosto che ispirarci al meglio del nuovo mondo, stiamo carpendo solo il peggio. Ed i più giovani sui social spesso abboccano.