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Quando la politica cede alla piazza, la politica è agli sgoccioli. Quando un politico è tanto stremato da imporre un piroetta alle proprie posizioni e ancor di più a quelle storiche del proprio paese, è un politico destinato ad un rapido declino. Perché per quanto possa sembrare azzardato dirlo oggi, a molti mesi di distanza dal voto per le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, Joe Biden si è giocato ieri un pezzo importante della sua rielezione. Perché tra qualche tempo le immagini del voto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con l’ambasciatrice USA immobile, entreranno di diritto nel documentario sull’epilogo della presidenza Biden.

Forse in un certo senso la scelta degli Stati Uniti di non sostenere per il miglio finale Israele rappresenterà la pagina più bassa di quattro pessimi anni di una presidenza che, per quanto molti non riescano ad ammetterlo – in odio a Trump -, è stata forse la peggiore dai tempi di Jimmy “nocciolina” Carter, tanto da farci rimpiangere persino Obama.

Ci ha provato Blinken ad invertire la rotta, a ricostruire una percezione di forza dopo il disastro afghano, in Ucraina e in Medio Oriente, tentando di mostrare che gli Stati Uniti ci sono tanto nel Pacifico, quanto in Europa e Medio Oriente, che un “impero” non può disimpegnarsi senza indebolire la propria percezione. Per per gli imperi la percezione è tutto. Ma arriva un punto in cui il Segretario di Stato deve fermarsi, li dove inizia quel segmento di potere, di autonomia decisionale che appartiene solo al Presidente, e forse talune volte a qualche stretto consigliere in grado di sussurrare le parole giuste all’orecchio giusto.

Sembra infatti che alcuni funzionari alla Casa Bianca siano seriamente preoccupati di conservare il proprio mandato per altri quattro anni, e avvertano la concreta possibilità di essere rispediti alle dimore di provenienza nel gennaio 2025. Consapevoli di partire deboli, con un Presidente non propriamente in forma smagliante e un Vicepresidente che, a conti fatti, non vincerebbe neanche le elezioni per capo condomine e una Nazione spaccata in due, con una delle due parti che però leggermente cresce.

Nella storia degli Stati Uniti la politica estera è sempre stata rilevante nel voto interno: si tratta di “sicurezza nazionale” dunque ha lo stesso valore di ciò che avviene entro i confini nazionali. Di più molte politiche interne sono di competenza “statale” dunque dei governatori e dei “senati locali”. Di conseguenza sull’Amministrazione pesa notevolmente la politica estera. Politica estera che spesso è costata la Casa Bianca a molti, e ad altri ha stroncato in anticipo la carriera politica.

Problemi questi che poco interessano l’ottuagenario Biden che sembra più interessato al titolo cinematografico che fa un po’ John Ford d’antan, “L’uomo che sconfisse Donald Trump”, che ad un’effettiva azione di governo forte.

Per questo il cambio di paradigma con Israele è il chiaro segno di voler recuperare i voti della sinistra radicale e diciamolo un tantino antisemita e islamizzata che si aggira nella base radicale del partito democratico. Israele non dimenticherà, cosi come una fetta rilevante dell’elettorato americano che tra chi ha sottoscritto “Gli accordi di Abramo” e riconosciuto Gerusalemme come capitale e chi invece non ha retto le pressioni elettorali, non avranno molta difficoltà a scegliere.