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Ursula von der Leyen, Rishi Sunak, and Joe Biden,

“Calunnie dannose”, secondo Pechino, le parole in primis del Regno Unito, poi degli Stati Uniti e della Nuova Zelanda, che hanno accusato la Cina di pesanti attacchi informatici contro le loro istituzioni democratiche. Una vera e propria campagna cyber di spionaggio che ha colpito milioni di legislatori, accademici, giornalisti ma anche aziende di settori strategici e delicati come quello della difesa.

Secondo Londra ci sarebbe stata proprio la Cina dietro quel prolungato attacco cyber contro gli archivi della Commissione elettorale britannica iniziato nell’agosto 2021 e inizialmente attribuito a non meglio precisati attori ostili. Il premier britannico Sunak ha usato termini forti, affermando che il suo Paese si trova di fronte ad “una sfida epocale”, rincarando poi la dose e bollando la Cina come “una minaccia economica alla sicurezza”. Anche Washington nei giorni scorsi ha accusato sette persone di nazionalità cinese di aver gestito attacchi cyber che avevano come obiettivo quello di colpire candidati, politici, membri del Congresso e funzionari della Casa Bianca. A seguire, con simili accuse, anche la Nuova Zelanda.

Queste notizie sono molto preoccupanti. Nonostante vi siano alcuni elementi in Occidente che narrano l’esistenza di una Cina democratica e pacifica e anzi, raccontano di una “perdita di credibilità e di efficacia del modello di democrazia occidentale” – parole dell’ex Presidente del Consiglio D’Alema intervenuto la scorsa settimana al terzo summit per la democrazia di Pechino (il Presidente Meloni ha preferito partecipare al Summit for Democracy di Washington) – le recenti notizie non sono altro che l’ennesima conferma del comportamento scorretto e aggressivo del Dragone. La Cina da anni spia i nostri sistemi democratici in maniera subdola, ibrida, e attraverso diverse dimensioni, cercando di penetrarli e influenzarli. Non stupisce nemmeno la reazione seccata di Pechino di fronte alle accuse, ostinandosi a voler portare avanti una narrativa falsata e a ritrarsi come innocente.

Ma ora, ancor di più prima, il rischio di spionaggio e interferenza è salito di livello: in Europa, come anche negli Stati Uniti, è tempo di recarsi alle urne. Estote parati, questo il messaggio che GB, USA e Nuova Zelanda hanno lanciato alle democrazie mondiali, in particolare a quelle europee prossime al voto. La Commissione europea ha pubblicato pochi giorni fa delle linee guida e delle misure da implementare per le grandi piattaforme e servizi rientranti nel Digital Service Act, quindi con più di 45 milioni di utenti attivi nell’UE, al fine di attenuare i rischi di manipolazioni, attacchi e diffusione di fake news che, chiaramente, potrebbero avere un impatto devastante sull’integrità delle elezioni. Sarà sufficiente attuare tali misure per evitare interferenze? Probabilmente no, l’asticella va alzata.

Il 2024, anno di elezioni in tutto il mondo, è cruciale e delicato per le nostre democrazie e sarebbe sprovveduto pensare che una potenza revisionista come quella cinese non cercherà di intromettersi nel processo decisionale e politico. Siamo nel mirino. E contro chi minimizza deve esser chiaro un concetto: chi inquina il dibattito pubblico, il processo decisionale o il processo elettorale, mina la tenuta delle basi democratiche del nostro mondo libero.

La lotta contro la disinformazione è sempre più una priorità per l’Occidente. Una lotta che potremmo definire esistenziale, in difesa di quei valori più radicati nella nostra società e nella nostra identità, quei valori di libertà e indipendenza che Paesi come la Cina mal sopportano e cercano di estirpare.