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JORGE MARIO BERGOGLIO PAPA FRANCESCO

Non ci sono dubbi sul fatto che i vecchi tempi sono tramontati con il pontificato di Benedetto XVI e che con Francesco si è scelto di attuare una virata secolare anche all’interno delle inviolate – dalla modernità – mura della Santa Sede. Ovviamente questa scelta da coloro che con gli affari religiosi hanno poca dimestichezza, ma  che non perdono occasione per commentare le vicende che investono la Chiesa è stata accolta con uno stuolo compatto di applausi, mentre dai Cattolici con molta meno enfasi. Attenzione però a non confondere questa difficoltà a comprendere uno stile diverso di concepire e intendere la predicazione e il modus operandi del Sommo Pontefice con un opposizione allo stesso, o addirittura un rifiuto a riconoscere il Papa come tale. Per intenderci quelli che mancando di rispetto proprio alla memoria e all’esempio di Papa Benedetto XVI si definiscono sedevacantisti nell’accezione a noi contemporanea. 

La rinuncia al soglio pontificio di Papa Benedetto XVI ha aperto una ferita comprensibilissima non solo per la straordinarietà dell’atto, ma anche per l’alone di “pettegolezzo” che essa si è inevitabilmente trascinata dietro. Come traumatico benché inevitabile è stato il passaggio da un Papa che nella tradizione ha fondato la resistenza e la riposta al relativismo, ad un Pontefice che sembra mal sopportare ogni aspetto della tradizione romana, dagli elementi  liturgici, alle formule di rito, passando per ultimo alle esequie dei pontefici, come dichiarato dallo stesso Papa Francesco nella sua ultima autobiografia. Non di meno sorprende l’utilizzo dello strumento autobiografico rispetto alle più adatte Encicliche e agli approfondimenti dottrinali e teologici. Ma si sa viviamo nell’epoca della comunicazione diretta social e a un Papa come Francesco non si può chiedere di assumere la postura di un teologo. Ci sono Papi teologi e Papi parroci. Appare chiaro capire quale sia la categoria cui appartiene  l’attuale pontefice. Ed  è  qui  che la preferenza dei fedeli si adegua al come essi vivono la fede, a come la interpretano e la percepiscono. 

Chi ama una fede semplice, liberata da interrogativi e approfondimenti, priva di necessarie elaborazioni teologiche si riconosce inevitabilmente nella semplicità di Francesco, nella sua disarmante ricerca della puerilità del concetto. Una fede predicata come messaggio, se possibile da attualizzare e semplificare come richiedono i tempi, e poco importa se si rischia di banalizzarlo, l’importante è che passi, che si intenda a chiare lettere un cristianesimo semplice, un esaltazione quasi a ritmo social della parabola. Una fede più politica e sociale che teologica e filosofica. 

Diiverso appare il tutto a chi ama la liturgia, la tradizione come faro e luce, chi si esalta con gli inni e non rinuncia all’ Ave Maria  o al Pater Noster rigorosamente in latino, chi ama proiettarsi nel “mistero” della fede come superamento di ogni limite al di là persino delle vette più alte solcate dalla metafisica. Chi nonostante l’epoca di banalità e banalizzazione assoluta non rinuncia a Sant’Agostino o a San Tommaso, vivendo nella fede un continuo dialogo con la ragione. Glorificando e esaltando Dio nella liturgia, nei paramenti, nelle formule, vissute non come orpelli, ma come segno di riverenza e rispetto, come segno tangibile di devozione e di amore. 

Non esiste un modo giusto e uno sbagliato di interpretare la fede, esiste il rapporto individuale vissuto dal fedele, e il suo porsi nei confronti del messaggio, del logos con il cuore sincero e la mente sgombra. La fede deve essere consapevole, vissuta nella sua massima autenticità e su questo ci sono pochi dubbi. 

Da queste due visioni ne deriva e non potrebbe essere altrimenti la visione e la proiezione della figura del Pontefice. Perché piaccia o no il Papa non è solo un uomo, ma al momento della sua salita al Soglio pontificio, nel momento stesso in cui assume su di sé la responsabilità della “cattedra di Pietro” diviene qualcosa di più, una figura non solo umana, ma un tramite, un punto di congiunzione tra Dio e l’uomo, perché come ricordò al momento del suo congedo proprio Papa Benedetto XVI “ la Chiesa è di Cristo”, non è di nessun altro, nemmeno dei fedeli. La Chiesa non è stata edificata per Cristo, ma da Cristo: “E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”(Matteo 16,18). Come afferma Gesù è “ la mia Chiesa” , dunque essa non è il prodotto del tempo presente, ma è di ogni tempo, fino alla fine dei tempi. 

Parole nette, limpide, difficilmente opinabili da chi tende a secolarizzare un messaggio come quello cristiano che è l’opposto di ogni secolarizzazione.  Ne dovrebbe dunque derivare un’attenta riflessione sui rischi che si corrono a tentare di semplificare, destrutturare qualcosa che fonda gran parte del proprio fascino e della propria “potenza” su quelle strutture che hanno accompagnato, difeso ed esaltato il messaggio di Cristo. La stessa liturgia non ha nella sua complessità un ostacolo, ma una forma unica di contemplazione del “mistero”, elemento fondativo della fede in Cristo. Il “Mistero” non come qualcosa che è celato, obnubilato all’uomo, al contrario come il più alto momento di verità, una verità che non è in qualcosa, ma in qualcuno: “ Io sono la via, la verità e la vita” ( Giovanni 14,6) in Gesù, colui che ha edificato per mezzo di Pietro “ la Chiesa”, e ciò fa del Papa il continuatore di una linea diretta che deriva direttamente dal prescelto tra gli Apostoli, ed eletto per mezzo dello Spirito Santo, e dunque quel che avviene nella Cappella Sistina è giusto che resti dietro quelle mura, perché l’Extra Omnes  ha un valore assoluto che non può essere violato. 

Che si scriva, si teorizzi e si dia sfogo alle supposizioni, perché il “mistero” genera curiosità, ma il “mistero” tale è, e tale deve restare, perché la luce può illuminare o può offuscare se male indirizzata, sopratutto se la “verità” non è oltre il “mistero”, ma è nel “mistero” stesso.