Abbonati alla rivista

Nazione Futura Rivista

Abbonati alla rivista

PAOLA CORTELLESI ATTRICE REGISTA

Il successo dell’esordio cinematografico di Paola Cortellesi con “C’è ancora domani” è attribuibile a due guasti del nostro tempo: un certo decadimento culturale che disabitua il palato del pubblico ad un più fine gusto estetico e la tendenza alla semplificazione delle problematiche socio-culturali, ridotte in clichè.

Lo stereotipo del patriarcato manifestato in dialoghi elementari e raffazzonati, lo scrostato dei muri delle case del dopoguerra, la combo canotta con crocefisso d’ordinanza, l’assenza di spessore psicologico dei ruoli. Nel tentativo di emulare “La Vita è bella” utilizzando la chiave di lettura dell’ironia e della leggerezza con cui viene raccontata la violenza di genere perpetrata in famiglia, sfugge il fatto che l’impatto emotivo di alcune immagini tenda poi a raffazzonare la vera storia culturale e politica delle lotte di genere riducendole a macchietta, quasi astratte in una scelta di liberazione mediante un atto di idealismo civile correlato dal sistema di sorellanza femminista.

I ruoli e i generi sono monolitici, con un giusto effetto smaltato e glow del bianco e nero d’antan: gli uomini sono violenti o potenzialmente tali, talvolta essi stessi vittime di un retaggio educativo violento, le donne invece cognitivamente, psicologicamente ed emotivamente superiori. L’accostamento alla Commedia all’italiana e ad un filone neorealista è un tanto presuntuoso vista l’estraneità del genere cinematografico a prendere le parti in modo così netto verso un personaggio o un altro. Il Neorealismo offriva la capacità di immedesimazione anche nel tipo moralmente più abietto perché il quid era l’assoluta assenza di moralismo. La cultura è velatamente intravista come soluzione e fuga e qui l’intero film prende “culturalmente” le distanze dai poveri (la famiglia di Delia) e dagli arricchiti (la famiglia di Giulio Moretti, fidanzato della figlia Marcella). Se ne deduce che siano gli stessi spettatori extradiegetici, quando colti, a
distaccarsi dal clima di ignoranza, humus fertile per le azioni violente. Come se anche in ambienti
culturalmente evoluti la violenza non si perpetrasse mai.

Se non possiamo però pretendere l’esaustività sull’argomento affrontato dovremmo almeno riconoscere con onestà intellettuale la presenza di un altro aspetto. C’è infatti un episodio che, sotto il marketing dell’ironia, tende inaspettatamente a rivelarsi un boomerang. La spirale di violenza intergenerazionale contro le donne viene interrotta da un atto violento operato da una donna, Delia. Con l’ausilio di un militare statunitense distrugge con una bomba il bar del promesso sposo della figlia Marcella (potenzialmente in odore di violenza sistemica) al fine di interrompere il matrimonio e spingere la ragazza a perseguire gli studi. Non è violenza pure questa, ovvero cambiare gli eventi con un vero e proprio atto terroristico? D’un tratto dal bianco e nero si passa al rosso degli anni ’70. Dunque l’emancipazione può avvenire solo con un atto violento? Non è forse una violenza intervenire nella vita di un’altra giovane donna per impedirle di maturare la capacità di comprensione dell’errore?

In sintesi “C’è ancora domani” si risolve in un momento che porta ad una revisione rapida di tutto il film: nessuna si salva grazie ad un uomo ma mediante un atto civile e politico. Come se l’emancipazione di genere non riguardasse entrambi, uomo e donna. Come se l’emancipazione di genere dovesse passare necessariamente da un’unica modalità violenta e terroristica che impedisce all’altra di attuare la propria specificità di liberazione e maturazione.