Abbonati alla rivista

Nazione Futura Rivista

Abbonati alla rivista

Se la Civiltà occidentale fosse personificata in una donna dormiente sull’Europa, i suoi sogni più reconditi e maestosi sarebbero non dissimili dalle immagini partorite dal genio dell’illustrazione Gustave Doré (1832-1883).

Nato in una Francia ancora ardente di sogni romantici, Doré pare aver avuto una connessione celeste con l’inconscio di un’Europa che aveva ancora conoscenza della sua identità, che faceva della sua grande letteratura una paideia comune, un materiale per l’anima, pur tra frammentazioni storiche, geopolitiche e di classe. L’Antico e il Nuovo Testamento, le opere di Dante, di Perrault, il Don Chisciotte di De Cervantes, gli scritti di Molière, di Byron, le Crociate, la Storia del Risorgimento italiano sono solo alcuni dei soggetti di un’opera vastissima d’illustrazioni a stampa che fu interrotta dalla sua morte, ma che avrebbe compreso un vasto mare di opere da Omero a Ovidio, da Eschilo a Virgilio per giungere ai secoli della modernità, passando per Tasso, Ossian, Goethe e molti altri.

Le opere di Gustave Doré ci raccontano di un continente orgoglioso della sua letteratura, consapevole delle sue rappresentazioni. Maestose, spirituali e sognanti, talvolta così fantasmagoriche da far cadere nell’estasi. Sfogliare una raccolta delle sue stampe è un viaggio che porta altrove, nella mente di un occidentale consapevole, di un artista che sa tirare le fila di un discorso collettivo durato millenni.

Anche al di là del pensiero del loro artista, le immagini sono così forti da non poter lasciare indifferenti. Un vero conservatore odierno guardando un’opera così vasta e così magistrale, troverà di fronte ad essa la commozione di guardare in faccia ciò per cui vale la pena lottare, il vero contenuto della conservazione. Se ancora oggi l’Occidente avesse un tale sguardo su se stesso, se il nostro continente davvero potesse avere uno specchio così potente e nitido come le illustrazioni di Doré, probabilmente non si navigherebbe così incerti tra distrazioni, crisi identitarie e rifiuto per ciò che fu degli avi, unito all’amore e alla curiosità solo per ciò che è frivolo o esotico o frutto di tradizioni lontane.

Di fronte a questo ritratto dell’Europa, oggi purtroppo così schizofrenica, molti si ritroveranno nelle parole di Benedetto XVI: “C’è qui un odio in sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare patologico; l’Occidente tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più sé stesso; della sua propria storia vede ormai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro. L’Europa per sopravvivere, ha bisogno di una nuova -certamente critica e umile- accettazione di sé stessa.”