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Guardatele bene le foto che stanno comparendo in queste ore, non vengono dallo Yemen, dall’Iran o da qualche altro paese fondamentalista, ma sono immagini di casa nostra, immagini che parlano da sé.

Fedeli di religione musulmana stanno celebrando la festività di Eid al-Fitr: gruppi di uomini e di donne si raccolgono in preghiera, ma c’è un problema: gli uomini da una parte, le donne dal’altra. Non pregano insieme uomini e donne perchè quest’ultime, come a richiamare le aree separate delle moschee, sono rinchiuse dentro recinti artigianali e in qualche caso il ‘fai da te’ ha celato queste donne. Un trattamento che, più che rivolto a un essere umano, è forse più tipico per un animale o qualunque cosa che non sia un essere umano.

Cos’altro deve accadere affinché la situazione ci sia chiara? Quale ulteriore manifestazione di discriminazione evidente siamo disposti a tollerare, o addirittura a subire, nel nostro paese? Oppure dobbiamo concludere che in certe zone del suolo italiano i diritti che difendiamo e che ci caratterizzano siano già stato elusi e silenziosamente sostituiti dalla legge islamica? Dove sono le femministe? Forse troppo impegnate nella sfida contro la lingua italiana e la battaglia per la schwa? Queste immagini rivelano una realtà che molti preferirebbero ignorare o minimizzare, ma sono una diretta violazione dei valori su cui è fondata la nostra società. Vogliamo aprire a questa strada? Il Corano ad esempio prevede esplicitamente che le mogli non ubbidienti vadano picchiate, si potrebbe obiettare che ci sono anche cristiani che picchiano la moglie, ahimè è vero, ma non certo per indicazione delle sacre scritture. Il Nuovo Testamento prevede infatti che non si possa mai picchiare la moglie, anzi il cristiano che picchia la moglie è un cattivo cristiano. A differenza, il musulmano che non picchiasse la moglie ribelle sarebbe un cattivo musulmano che non applica il Corano. Ci fa riflettere?

Non si tratta di una questione di tolleranza religiosa, ma di rispetto dei diritti umani, della dignità delle persone e delle donne. Il fatto che quest’ultime, nel nostro paese che dovrebbe offrire loro opportunità e benessere, vengano trattate come cittadine di serie B, rinchiuse mentre gli uomini pregano liberamente. Si tratta di un segnale allarmante di un regresso sociale che non possiamo permettere e a cui non vogliamo tornare. Dovremmo promuovere i diritti delle donne nel mondo e non importare pratiche che ci fanno tornare indietro di cent’anni o forse più.

È imperativo che le istituzioni prendano posizione su questa situazione e agiscano di conseguenza. Quanto osservato non può e non deve diventare la norma nel nostro Paese, e non possiamo favorirlo come invece vorrebbe fare qualcuno, ad esempio il Deputato Aboubakar Soumahoro, che ha proposto di istituire un giorno di festa nazionale per la fine del Ramadan, il digiuno sacro dei musulmani appunto.

La libertà e l’uguaglianza sono valori che non possono essere negoziati o compromessi. E’ necessario far sentire la nostra voce e condannare fermamente queste pratiche discriminatorie, promuovendo l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne, di tutte le donne. Dobbiamo essere uniti nel difendere i nostri principi e nel promuovere un’Italia – si inclusiva – ma rispettosa delle sue origini e della sua identità.

Le immagini del Ramadan ci pongono di fronte ad una scelta: continuare ad ignorare e minimizzare questa realtà, o impegnarci attivamente per un cambiamento. Scegliere la seconda opzione significa difendere i valori fondamentali su cui sono fondati il nostro paese e la cultura occidentale. Noi non abbiamo dubbi sulla scelta da fare e da che parte stare.