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MARIO DRAGHI


Le elezioni europee si avvicinano e la campagna elettorale entra nel vivo. Come sempre siamo costretti a sottolinearne che  – con buona pace degli europeisti – anche questa volta il voto non ha nessuna valenza nel solco del sogno europeo, al contrario  stiamo assistendo a 27 campagne elettorali giocate in 27 paesi su temi e tematiche nazionali, con temi europei giustamente proiettati dal punto di ogni singola Nazione. Questo per  chiarire qualora fosse ancora in dubbio che l’europeismo è un tema proprio degli europeisti ma estraneo alla maggioranza dei “popoli” europei. 

Le elezioni di giugno però quest’anno presentano una novità rispetto a alle precedenti tornate,  si tratta di un dato che accomuna l’intero centro-destra europeo. Tanto i popolari che i conservatori, quanto Identità & Democrazia hanno come obiettivo quello di impedire l’ingresso dei socialisti nella futura maggioranza europea. A partire dai popolari che sembrano stanchi di essere costretti ad assecondare le sempre maggiori pretese dei socialisti ormai radicalizzati su posizioni ai limiti della follia. Se però l’asse tra i popolari di Weber e i conservatori di Giorgia Meloni sembra essere cosa fatta, il “niet” chiaro espresso dai popolari ad un eventuale allargamento della maggioranza ad ID,  Il gruppo di cui fa parte la Lega, pone un solco che ad oggi appare insuperabile.

Anche l’attuale spitzenkandidat dei popolari e attuale Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen non ha riscontrato successo al di fuori del suo gruppo, ed anche tra i popolari l’entusiasmo per un bis della baronessa non è certo ai massimi livelli. Ma del resto si sa da sempre che difficilmente uno spitzenkandidat riuscirà poi a conquistare la nomina. Alla fine l’elezione del Presidente della Commissione è il frutto di un complesso accordo politico, che ad oggi senza dati certi è difficile immaginare. La von der Leyen spera nell’accordo con i conservatori, ma sa già che alla luce delle attuali posizioni i liberali raccolti attorno al Presidente della Repubblica francese Macron non hanno alcuna intenzione appoggiare un bis. Sul punto è stato chiaro anche Matteo Renzi. 

Nel centro destra europeo però si cerca di trovare una soluzione, perché se la speranza di avere una maggioranza tra popolari e conservatori, con quest’ultimi ago della bilancia si è spenta coi tragici risultati elettorali di Spagna e Polonia, così la chiusura dei popolari verso ID pone l’urgenza di cambiare le carte in tavola. 

Seguendo un pò il vecchio adagio “ se non ti piace come sono le carte, ribalta il tavolo”,  inizia a farsi largo l’idea di candidare un nome pesante come Mario Draghi, l’unico che potrebbe unire popolari, conservatori e liberali e obbligare per esempio alcune forze come la Lega a fornire il loro appoggio. Sacrificare l’unità del gruppo ID alla realpolitik per sbarrare la strada ai socialisti e fermare la deriva della sinistra europea, con un Presidente della Commissione come Mario Draghi che in Italia avrebbe una valenza simbolica importantissima ( “abbiamo eletto un italiano”) e negli altri paesi avrebbe quale esito quello di aver eletto il “salvatore dell’Europa”, l’uomo del “Tutto ciò che è necessario” o meglio ancora del “whatever it takes”. 

Draghi potrebbe essere l’uomo giusto al momento giusto per superare tutti gli ostacoli e raggiungere l’obiettivo finale. Tutti vincerebbero e a perdere sarebbero solo i socialisti. Un segnale che porterebbe l’Europa a cambiare rotta e rompere con il lungo e dannoso compromesso tra socialisti e popolari, che negli ultimi anni è costato non poco al partito guidato da Manfred Weber. 

Appare evidente che queste sono trame da tessere solo dopo che i risultati saranno chiari e i numeri tradotti in seggi renderanno limpido lo scenario su cui lavorare, come è chiaro che gran parte di questo accordo passa da un obbligatorio pre accordo tra Roma e Parigi, con lo scopo di spostare il baricentro della politica europea e bloccare una sinistra che ad oggi è un problema più per Macron che per la Meloni, oltre che per tutti noi.