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Ieri, in Iran, è stata una notte di festa. Migliaia di cittadini si sono riversati nelle piazze di Teheran. Bandiere palestinesi, bandiere di Hezbollah, cori che inneggiano Allah, grida dal tono vittorioso con parole ben scandite, “morte a Israele”, “morte all’America”. Nella notte tra il 13 e 14 aprile l’Iran ha scelto di non essere più il protagonista nascosto dietro i numerosi focolai del Medio Oriente, di fronte all’attacco israeliano di due settimane fa all’Ambasciata iraniana a Damasco – in cui è stato ucciso Mohamed Reza Zahedi, figura di spicco delle Guardie della rivoluzione iraniane – il regime teocratico di Teheran, mosso dalla vendetta, ha deciso di agire in prima linea. L’attacco sferzato è senza precedenti: 185 droni, 36 missili da crociera e 110 missili terra-terra contro Israele, anche dall’Iraq e dallo Yemen. L’Iron Dome, il sistema di difesa israeliano, supportato anche dall’aiuto USA, è riuscito a neutralizzarli praticamente tutti ma al di là di questa “vittoria” come l’ha definita il presidente Biden è chiaro che sia in corso un nuovo assetto di guerra. 

Non c’è da sorprendersi sul coinvolgimento diretto dell’Iran contro Israele perché chi conosce il regime di Teheran sa che negli anni si è evoluto, dal programma nucleare all’armamento, e conta oggi mezzo milione di combattenti pronti a lottare per la Jihad islamica, oltre a un potente arsenale militare. Vero, ha sempre agito tramite i suoi proxy, gli alleati, le milizie che Teheran da decenni arma estese tra Libano, Siria, Iraq e Yemen. Ma da oggi la realtà delle cose non può più essere nascosta e anzi, dovremmo iniziarla a chiamare con il proprio nome. Hezbollah, il più potente proxy iraniano altro non è che la Repubblica islamica dell’Iran – i suoi vertici sono al centro della politica estera iraniana, definirli meri alleati è illusorio. Così anche per Houthi o Hamas.

La tragedia del 7 ottobre è accaduta per mano dei terroristi jihadisti ma fin da subito è stato chiaro che Hamas aveva potuto scatenare quella strage soltanto conl’appoggio del suo grande protettore. E nel Mar Rosso, dove ora la missione difensiva europea a guida italiana ASPIDES sta ristabilendo e proteggendo la libertà di navigazione, i ribelli yemeniti che colpiscono le navi altro non sono che pedine armate di Teheran.

L’Iran è sempre stato coinvolto negli scenari del Medio Oriente e se fino a poco tempo fa pubblicamente invitava tutti a evitare di trasformare l’ennesima crisi innescata da terroristi a Gaza in un conflitto regionale, ieri notte ha superato la linea rossa. Oggi pomeriggio si riuniranno i leader del G7 in una conferenza straordinariaper discutere la gravità di quanto accaduto. In un momento così complesso non è sensato fare pronostici, non stiamo parlando di una partita a pallone. 

Sicuramente il livello di rischio sale, così come salgono i costi, sia per Israele e gli Usa che naturalmente per l’Iran. E vi è il dato di fatto: mai prima d’ora l’Iran aveva lanciato un attacco diretto al territorio israeliano. La guerra “per procura” iraniana si è interrotta. Se questo possa portare ad un allargamento del conflitto in Medio Oriente, ulteriore a già quello in corso, non è prevedibile. 

Certo, gli ideali da cui è mossa la strategia iraniana dovrebbero esser chiari ai più. Per l’Iran, come per Hamas o per gli Houthi, la sola esistenza di Israele e della nazione ebraica, e aggiungerei anche del nostro mondo libero, è una provocazione.

L’antisemitismo e l’odio propagato dai fondamentalisti sciiti e sunniti non può non essere considerato un attacco all’Occidente. Fin dal 1979, dalla rivoluzione khomeinista, la distruzione dello Stato d’Israele figura tra gli obiettivi ufficiali della Repubblica islamica iraniana. E se osserviamo quanto accaduto negli ultimi mesi, il disegno revisionista iraniano è completamente eseguito alla luce del sole. 

Il regime che impicca i suoi figli alle gru, che imprigiona e uccide le sue donne la cui colpa è soltanto quella di avere una ciocca sciolta sul viso, ha alle radici della sua esistenza l’odio nei nostri confronti. Oggi Teheran non può più negare il suo coinvolgimento diretto nella guerra in Medio Oriente contro Israele. Ma noi, europei e occidentali, possiamo forse fingere di non vedere che vi è un piano che va ben oltre, che propaga odio contro la nostra cultura, il nostro sistema, i nostri valori di libertà e democrazia?