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È piena notte. Alle 3:00 del 16 aprile 1973, cinque litri di benzina si insinuano sotto la porta di una casa romana. Poco dopo le fiamme divampano e allertano i suoi abitanti. L’appartamento è quello di Mario Mattei, segretario locale dell’MSI, sposato con Anna Maria e padre di sei figli, tutti presenti al momento del rogo. Attorno all’edificio si raduna la folla, che assiste incredula. Mario si getta dal balcone e con le sue braccia riesce a salvare la figlia Lucia, che a sua volta fa un salto nel vuoto. In strada arrivano anche la moglie con i due figli più piccoli e la figlia Silvia.

Virgilio e Stefano, di ventidue e dieci anni, vengono invece raggiunti dalle fiamme e bruciati vivi. Viene ritrovato un messaggio di rivendicazione: “Brigata Tanas – guerra di classe – Morte ai fascisti – Mattei e Schiavoncino colpiti dalla giustizia proletaria”. Proprio da quella rivendicazione, partono le indagini della Procura tra gli esponenti della sinistra extraparlamentare. Già il 18 aprile viene spiccato il mandato di arresto per Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo, appartenenti alla sigla Potere Operaio. È l’inizio di una lunga vicenda giudiziaria che si concluderà solo nel 1987, quando la Cassazione confermerà la condanna dei tre imputati a diciotto anni di reclusione per incendio doloso e duplice omicidio colposo.

La storia forse più interessante, però, riguarda ciò che avviene in quegli anni al di fuori delle aule di giustizia. La sinistra, non solo extraparlamentare, comincia da subito una campagna innocentista alla quale aderiscono, tra gli altri, autorevoli quotidiani come il Messaggero, padri costituenti come Terracini e
Lombardi, lo scrittore Moravia, Dario Fo e Franca Rame. Proprio quest’ultima scriverà a Lollo il 28 aprile 1973: “Ti ho inserito nel Soccorso rosso militante. Riceverai denaro dai compagni, e lettere, così ti sentirai meno solo”. Era quasi un moto di solidarietà nazionale, non per le vittime, ma per i carnefici.

Quando inizia il processo, nel febbraio del 1975, Grillo e Clavo sono già latitanti, Lollo è l’unico in stato di detenzione. Per mesi, fuori dal tribunale di Roma, militanti di estrema sinistra manifestano animosamente contro il processo. Durante alcuni scontri con militanti di destra, resta ucciso a colpi di pistola anche uno studente greco legato al FUAN, Mikis Mantakas. In primo grado arriva l’assoluzione per insufficienza di prove. Anche Lollo, dopo la condanna che arriverà in appello, riesce a fuggire e inizia una lunga latitanza.

Quando la pronuncia viene confermata dalla Cassazione, nessuno dei responsabili è più in Italia. La pena verrà poi dichiarata estinta una volta decorsi i termini per la prescrizione. Così, aiutati e coccolati dai loro vari simpatizzanti in Italia e all’estero i tre assassini di un loro coetaneo e un bambino non sconteranno mai la giusta pena per quell’atto. Sono proprio loro, dopo anni, a rilasciare interviste in cui ammettono di essere colpevoli e in cui aggiungono i nomi di altri partecipanti al rogo. Achille Lollo torna in Italia nel 2011, da uomo libero.

Questa vicenda resterà probabilmente come emblema di una stagione di fanatismi avversi e, oltre che di crudeltà, di tanta, stupida, mitomania. Oggi, infatti, possiamo dirlo a gran voce a quanti rimpiangono il “fervore giovanile” di quegli anni che molta di quella presunta vivacità intellettuale non era né più né meno che una mitomane carnevalata: un gioco alla “rivoluzione”, a presunte lotte epiche tra fazioni. Sullo sfondo, supposti grandi ideali che si realizzavano in un biglietto farneticante sul selciato e in due giovani corpi innocenti ridotti a carbone, una mattina di aprile, in un appartamento della periferia di Roma.