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ABORTO, FLASH MOB NON UNA DI MENO ATTIVISTE PRESENTAZIONE GIORNATA INTERNAZIONALE PER L’ABORTO LIBERO, SICURO E GRATUITO 194

In linea con il resto dei Paesi occidentali, anche in Italia l’aborto è probabilmente il tema che più di
tutti è in grado di spaccare opinione pubblica ed elettorato.
Il dibattito intorno al tema dell’interruzione di gravidanza è come un fuoco ardente sotto la cenere,
pronto a rialimentarsi ogni qual volta se ne presenti l’occasione. Un dibattito quasi sempre aspro, che
tocca simultaneamente sia la sfera dell’intimo sentire individuale sia quella della società nella sua
interezza e nel suo funzionamento.

L’ultimo episodio sta andando in scena proprio in questi giorni, in quanto la maggioranza ha presentato in Parlamento un emendamento che punta al coinvolgimento nei consultori anche delle associazioni pro-vita. Un emendamento che, come dichiarato dal presidente Meloni, ricalca quanto previsto dall’art.2 della suddetta legge, ben chiara sul ruolo delle associazioni di volontariato: “[…] i consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita”.

Come facilmente pronosticabile, sinistre e progressisti hanno prontamente innalzato le proverbiali
barricate, riorientando immediatamente il proprio agire tattico comunicativo in un gioco di
intermittenze tanto caro a sinistra, specie ora che si è di nuovo sotto elezioni. Insomma, per chi ha
dimostrato negli anni di saper maneggiare magistralmente le leve del marketing politico, per passare
dall’hashtag “Ilaria libera!” a “giù le mani dalla 194!” non ci vuole nulla – per intenderci, non sia mai
l’attenzione si fermi su Emiliano in Puglia, ad esempio.

Accade poi che, nell’era dei social, un reel venuto particolarmente bene diventi virale anche se riguarda un intervento in Parlamento, non proprio il luogo migliore per la creazione di contenuti destinati alla tanto breve quanto intensa diffusione urbi et orbi. Il reel in questione ritrae la parlamentare 5 Stelle On. Gilda Sportiello, la cui linea comunicativa è semplice e molto instagrammabile e che, in estrema sintesi, individuerebbe come vero obiettivo della riforma quello di mettere in moto una macchina volta a convincere le donne a non abortire.

Ma c’è un passaggio specifico dell’intervento che è il vero oggetto di questa analisi, ed è il seguente: “avete fatto difendere questa scelta ieri ad un uomo alla Camera […]. Ma di cosa stiamo parlando? Sappiamo noi donne che cosa vogliamo essere nella nostra vita, se essere madri o se non essere madri”.

Ed eccoci giunti al punto. Gli uomini non possono e non devono parlare di cose che, in linea con la ormai attuale narrazione dominante, riguarderebbero solo le donne. Niente che sia inerente all’aborto quindi, letteralmente neanche a parlarne. E peccato che ancora si permetta agli uomini di intervenire in Parlamento, o che possano esprimersi tramite il voto a riguardo. Un vero abuso!

Ora, sempre a ridosso del dibattito parlamentare, Bruno Vespa decide di andare in onda con una puntata in cui osa parlare dello spinosissimo tema insieme ad altri sei uomini. Apriti cielo. Giornali e pagine social hanno fatto a gara a sottolineare, analogamente all’On. Sportiello, quanto sia stato sbagliato, inopportuno e violento l’aver dato di nuovo a degli uomini la possibilità di dire la loro sull’aborto. Da Open a Fanpage, da Freeda a Cosmopolitan, i titoli ed i post sono pressoché intercambiabili. Più o meno degni di attenzione sono i post che richiamano una puntata della serie animata BoJack Horseman, in cui viene descritta una situazione simile a quella verificatasi nello studio di Porta a Porta. Il riferimento è ad un episodio della serie satirica prodotta da Netflix, in cui un anchorman introduce “tre uomini bianchi col papillon” a parlare di una materia su cui, in quanto uomini e bianchi, non potrebbero esprimersi. Una scena che è tornata utilissima nella diffusione dei contenuti “pro-aborto”. Allo stesso modo, è da rimarcare un altro filone narrativo, in cui si ironizza sui cattolici e sulla relativa posizione che attribuisce già all’embrione la dignità di vita umana. A tal proposito, ha ricevuto tantissime visualizzazioni un video de Il terzo segreto di satira, in cui si inscena una simil pubblicità progresso in cui il governo comunica la possibilità di poter celebrare le cerimonie funebri al seme maschile umano per evitare di commettere peccato, con tanto di preti e Crocifisso in bella mostra. Un video su cui si potrebbe dire tanto, a cominciare dall’accostamento tra il simbolo della fede cristiana e dei preservativi usati, ma la satira è satira, con buona pace del fatto che – quasi inutile sottolinearlo – oggetto di satirica derisione e sagacissima irriverenza siano solo i cristiani e mai i fedeli di altre religioni.

Orbene, questi ed altri affini filoni narrativi si innestano perfettamente nel più ampio quadro
comunicativo della lotta ideologica, la cui linea è semplice ed efficace e vuole che solo le donne
possano parlare di temi che riguardano le stesse, aborto über alles. Sì, ma che cos’è una donna?

Potremmo spendere ore riflettendo su quanto possa essere bislacco, in un sistema democratico ed
egualitario, il voler impedire ai non appartenenti ad una data categoria di esprimersi sulla stessa e
sulle materie ad essa attinenti – si immagini un mondo in cui solo i bambini possono esprimersi sui
bambini, o gli anziani sugli anziani, per fare due esempi neanche tanto assurdi. Si potrebbe
richiamare il dibattito sulle identity politics, incrociarlo con la dottrina politica intersezionalista per
evidenziarne tutte le contraddizioni, e mille altre rocambolesche teorie sociali woke, ma
perderemmo tempo. Perché, se sappiamo quale sia la categoria da censurare sine die (e neanche qui
siamo più tanto certi), sicuramente non sappiamo cosa sia una Donna. Di certo non lo sanno a
sinistra, da quando questa è stata contaminata dall’ideologia transfemminista e queer. Con la
presunzione di avere una sufficiente conoscenze del pensiero transfemminista, anche ponendo come
condizione quella di sorvolare sul fatto che questa prescriva la distruzione di ogni categoria in cui
suddividere la popolazione umana, chi scrive non saprebbe come definire una donna. E questo
articolo vuole essere una richiesta di aiuto: come possiamo lasciare che solo le donne parlino delle
donne se non sappiamo cosa sia una donna?

È importante notare come per fare emergere simili inconsistenze sia stato sufficiente fermarsi al primo e più superficiale livello di analisi, senza il bisogno di entrare nel merito, e cioè la questione della possibilità di fornire un’alternativa alla via abortiva a chi vorrebbe evitarla se adeguatamente supportato. In quest’ottica, uno spostamento del focus dal merito della proposta di emendamento al tema degli uomini che si arrogano il diritto di parlare sulle donne, pare più simile ad una scelta tattica atta serrare i ranghi su un tema che, anche in campo progressista, potrebbe vedere le obiezioni di coscienza dei singoli prevalere sulla linea di partito.

Neanche ricorrendo alle neutralissime ed inclusivissime definizioni quali portatrice di uova, portatrice
di utero, persona ingravidabile
e via dicendo si arriverebbe ad una soluzione, perché resterebbe da sciogliere il nodo relativo al fatto che qualsiasi essere umano è una donna se si percepisce come tale, frutto amaro delle conquiste del transfemminismo. A ben riflettere, anche i 7 uomini di Porta a Porta potrebbero subito recuperare il diritto ad esprimersi sull’aborto semplicemente dichiarandosi donne, come spesso è accaduto nei più disparati ambiti del vivere sociale, da quello sportivo a quello carcerario. D’altronde sono cose che possono capitare se si teorizza che gli esseri umani siano dei meri ammassi di materia insignificante priva di qualsivoglia contenuto, delle lastre di pietra inerte indistinguibili l’una dall’altra, su cui è solo il Patriarcato a decidere se si sia donna-femmina e uomo-maschio.

Battersi per qualcuno senza poter dire chi questi sia potrebbe sembrare illogico e contraddittorio, ma il transfemminismo ha come cardine proprio la rinuncia alla logica e al principio di non contraddizione. E a guardar bene, l’idea stessa di voler proibire a qualcuno di parlare di qualcosa è riconducibile al rifiuto della ragione e dell’osservazione razionale del mondo e dei fenomeni, che il transfemminismo rifugge come la peste, poiché visto come strumento di dominio dell’uomo-maschio-bianco-europeo-eterosessuale sulla natura, sulle donne, sugli animali ecc. Un quadro ambiguo e poco incoraggiante, che vede una parte importante delle forze parlamentari battersi affinché solo le donne possano esprimersi sulle donne, senza sapere di fatto cose queste siano.