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ELLY SCHLEIN SEGRETARIA DEL PD

Sembra un secolo da quando Walter Veltroni dal palco del Lingotto tratteggiava i contorni del nascente Partito Democratico, riassumendone la funzione nella definizione della sua “vocazione maggioritaria”. Un soggetto politico che pareva poter rappresentare un passo avanti verso quella riforma del sistema politico ed istituzionale italiano che si cercava invano da decenni.

Una riforma in senso maggioritario e presidenzialista, a cui anche chi si collocava nel campo conservatore non poteva essere insensibile. La nascita del PD, con la suggestione delle primarie, ha obbligato il centrodestra del tempo alla fusione del PDL. Un progetto presto abortito, perché privo dei necessari presupposti, che tuttavia rendeva palese la necessità di ridisegnare la geografia politica nazionale su un modello più moderno ed efficiente.

Con tutte le contraddizioni del caso, quel PD tendeva a risolvere i vizi storici della sinistra italiana, incarnando un profilo che guardasse oltre le tradizioni comuniste e cattocomuniste da cui prese forma, immaginandosi come partito di governo, interclassista, capace di competere al centro, rinunciando alla demonizzazione dell’avversario come unico collante per la sua esistenza.

Perse le elezioni del debutto nel 2008, ottenendo tuttavia un lusinghiero 34%, cifre raggiunte e superate, non a caso, solo alle europee del 2014, quando Renzi lo portò al 41%, rilanciando proprio quella vocazione maggioritaria e presidenzialista delle origini.

Cosa è rimasto oggi di tutto quel patrimonio politico ed elettorale? Più nulla. Senza fare la cronistoria degli avvitamenti su governi tecnici e formule politiciste, la segreteria di Elly Schlein, anche oltre le sue volontà, ha disegnato un partito modello centro sociale, a vocazione minoritaria, che ha rinunciato alla leadership, personale e programmatica, a beneficio di un ripiegamento confuso e fuori contesto, su tematiche di nicchia, che nulla hanno in comune neppure con la tradizione della sinistra italiana, sia comunista che socialista.

Una trasposizione della cancel culture anglosassone in salsa gruppettara, plasticamente visibile nelle liste dem che si misureranno l’8 e 9 Giugno. Affastellare tutto ed il suo contrario, basta che sia contro la destra, e possibilmente rifiuti ogni suggestione riformista in campo economico e sociale. Sono questi i cardini dello Shlein pensiero. Parlare di tutto, senza mai dire nulla di comprensibile, ad eccezione deirichiami all’antifascismo più fazioso ed ideologico, che già ha dato prova di quanto possa avvelenare i pozzi della democrazia italiana.

Ecco quindi che le candidature diventano il mercato delle figurine dei vip. Volti noti, eretti artificialmente a simboli di qualcosa che si vorrebbe esistere nella società, che in realtà trova la sua ragion d’essere solo nei talk-show. Il primo bacino da cui attingere quindi è quello dei giornalisti, poco importa se nel passato hanno già dato pessima prova di se, si pensi a Lilly Gruber o Michele Santoro. Poi arriva la cavalleria della mitica società civile, utilissima a mascherare l’incapacità dei gruppi dirigenti di partito nel rappresentarla quella società.  Fioriscono così gli esterni, quelli che si candidano nel Pd, ma a cui il Pd fa anche un po’ schifo, d’altronde la stessa Schlein non era neppure tesserata prima di prenderne le redini.

In questa sfilata di carnevale si può trovare di tutto. Dall’americanismo più acritico al pacifismo integrale, dagli apostoli del gender agli estremisti cattolici, ottimi strumenti per le conte tra correnti a colpi di preferenze, devastanti se si pensa ad una politica unitaria e omogenea.

Come voterebbero sulla difesa europea a Strasburgo Lucia Annunziata e Marco Tarquinio? Certamente in modo diverso. Quale sarebbe la posizione sui diritti tra lo stesso Tarquinio e Alessandro Zan? Come voterebbe Cecilia Strada quando il Pd dovesse esprimersi per continuare ad inviare armi all’Ucraina? Potremmo andare avanti all’infinito.

Se a tutto ciò uniamo l’atavica passione di certa sinistra al collettivismo, al rifiuto di ogni parvenza di leadership decidente, il gioco è fatto, la paralisi  è servita. Stavolta però non si intravvede nessun tecnico esterno a cui appaltare la permanenza al governo, resta soltanto uno spirito da eterna assemblea studentesca, allergica alle assunzioni di responsabilità, incapace di essere alternativa di governo, subalterna a chiunque abbia anche una primordiale presenza identitaria.

Una pessima notizia per l’Italia e per l’Europa questo Partito Democratico, perché un soggetto forte alla guida dello schieramento progressista, che sappia svolgere la sua funzione politica, aiuterebbe il processo democratico anche a livello continentale.