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MOSTRA GIACOMO MATTEOTTI VITA E MORTE DI UN PADRE DELLA DEMOCRAZIA

A Giacomo Matteotti è dedicato lo striscione scelto dal PD per il corteo del 25 Aprile a Milano. Il suo nome è nell’incipit del testo di Antonio Scurati diventato ormai un ‘tormentone’ nei giorni che precedono la Festa della Liberazione. È il personaggio più citato e ricordato dai custodi dell’ortodossia della lotta partigiana. E fin qui, nulla di strano.

L’antifascismo intransigente del segretario del Partito socialista unitario è un fatto storico inconfutabile, come lo sono le responsabilità del fascismo nel suo assassinio. Quello che stride un po’, è la lettura sempre molto parziale della sua figura storica e soprattutto politica. Soprattutto in merito al comunismo e ai rapporti con gli esponenti del Partito Comunista italiano. Che – eufemisticamente – non lo ‘amavano’. Togliatti – come si legge nell’ampia biografia scritta da Riccardo Nencini e pubblicata da Mondadori con l’eloquente titolo “Solo” – “arrivò ad associare, fra i nemici del comunismo, Mussolini, Sturzo e Matteotti, considerato un socialtraditore”. Mentre un “pellegrino del nulla” arrivò a definirlo un altro padre nobile della sinistra italiana, Antonio Gramsci, che infatti non gli dedicò nemmeno una riga nei suoi famosi ‘Quaderni dal carcere’.

Anche il suo omicidio, che pure destò reazioni in molte parti del mondo, non trovò eco nell’Unione Sovietica ‘faro’ dei compagni italiani. Scrive ancora l’ex segretario del PSI nel suo libro a proposito della
posizione di Mosca: “Non capirono che il fascismo era un fenomeno destinato a durare. Lo considerarono, al pari del Pci, l’ultimo stadio del governo della borghesia in Italia, fallito il quale ben presto sarebbe toccato a loro”. La dittatura del proletariato però era quanto di più lontano potesse esserci dal pensiero del deputato nato a Fratta Polesine, che per questo venne inserito dai comunisti nel novero dei ‘nemici’ al pari di altri esponenti di primo piano del socialismo italiano. In una risoluzione del Presidium del Comitato esecutivo dell’Internazionale Comunista sulla questione tedesca del 9 gennaio 1924 si legge: “Attualmente i dirigenti della socialdemocrazia non sono che una frazione del fascismo che si dissimila sotto la maschera del socialismo (…). La socialdemocrazia internazionale al completo diventa così a poco a poco l’ausiliaria permanente della dittatura del grande capitale. I Turati e i Modigliani in Italia, i Sakyzov in Bulgaria, i Pilsudsky in Polonia, i capi socialdemocratici del tipo di Severing in Germania, cooperano direttamente a stabilire la dittatura del capitale (…). Ma i capi socialdemocratici di sinistra sono ancor più pericolosi di quelli di destra (…)”. Insomma, la capacità di lettura della storia da parte dei comunisti palesava una certa lungimiranza anche in tempi non sospetti. Alla vigilia dell’epoca nazista, individuavano il ‘nemico’ nel socialismo liberale…

Un altro testo interessante per approfondire questo aspetto è quello scritto da Antonio Funiciello, già Capo di Gabinetto a Palazzo Chigi con Paolo Gentiloni e con Mario Draghi (Tempesta. La vita – e non la morte – di Giacomo Matteotti, edito da Rizzoli), che a tal proposito gli dedica un capitolo intitolato proprio: “L’anticomunista”. L’autore racconta di Matteotti “la sua esistenza meravigliosa e terribile, il suo pensiero inattuale, la sua perduta eredità”. Fra queste, Ficuciello individua quella di un antifascismo che non nasce nella Resistenza ma “dalla denuncia socialista contro la demolizione dei diritti liberali. Un
antifascismo legalitario, centrato sul primato della legge, sarà la base sulla quale i padri costituenti, dopo il disastro della Seconda guerra mondiale e la guerra civile, scriveranno la Costituzione repubblicana”. Senza dimenticare, appunto, che quanto era stato proposto da Matteotti e Turati, e poi da Sturzo e altri per impedire che il fascismo abbattesse le strutture liberali dello Stato borghese, venne “respinto da molti, soprattutto dai comunisti di Gramsci, Bordiga e Togliatti”.

Scriveva lo stesso Matteotti alla direzione del Partito Comunista d’Italia, il 17 aprile 1924, meno di due mesi prima della sua morte, come recentemente ricordato in un post su Facebook dal bravo cronista del ‘Giornale’ Alberto Giannoni: “Riceviamo la vostra lettera contenente la solita proposta poligrafata per tutte le occasioni. L’esperienza delle altre volte, e dell’ultima in particolare, ci ha riconfermati nella convinzione che codeste vostre proposte, apparentemente formulate a scopo di ‘fronte unico’, sono in sostanza lanciate ad esclusivo scopo di polemica coi partiti socialisti, e di nuove inutili dispute. (…) Restiamo ognuno quel che siamo: voi siete comunisti per la dittatura e per il metodo della violenza delle minoranze: noi siamo socialisti e per il metodo democratico delle libere maggioranze. Non c’è quindi nulla di comune tra noi e voi”.

Da queste poche e certamente non esaustive note, emerge una figura sicuramente più complessa e sfaccettata rispetto alla riduzione grossolana che capita di sentire in questi giorni. Non c’è – credo sia palese, ma meglio precisare – alcuna intenzione revisionistica. Piuttosto, quella di suggerire una lettura più completa e aderente alla realtà storica e politica. Il Pd non perde occasione per chiedere abiure del
fascismo – per altro già abbondantemente fatte in più occasioni – agli avversari. Se a sua volta avesse fatto fino in fondo un analogo esame di coscienza, dovrebbe esaltare anche l’anticomunismo di un personaggio come Giacomo Matteotti, del quale si è appropriato usandolo come icona. Un atto, sarebbe, di onestà intellettuale.