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ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE, CORTEO DEL 25 APRILE, CARTELLO IL 25 APRILE E' DIVISIVO SLO SE SEI FASCISTA

Quando una data simbolo della storia di una Nazione e certamente fondante dell’Italia repubblicana è ridotta ad un tripudio di propaganda e violenza, allora è chiaro che questo paese ha ormai incanalato una deriva estrema ma allo stesso tempo grottesca. Non che ci aspettassimo nulla di diverso, del resto da queste colonne lo avevamo predetto e non servivano particolari capacità divinatorie per  intuire l’epilogo inevitabile dopo mesi (e anni) nei quali si è capziosamente vaticinato il ritorno del fascismo.  Per questo quella che dovrebbe essere una data celebrativa si è gradualmente trasformata in qualcosa di estremamente diverso, lontano dagli orizzonti ideali e politici nel senso alto che la dovrebbero caratterizzare. 

Il caso “ Scurati” è stato solo un pretesto, l’ultimo per scatenare l’offensiva alla vigilia di una data che ha perso – purtroppo – la sua radice più pura e che poteva e non si è voluto far si che lo diventasse, una data di pacificazione Nazionale, nel senso che in essa si poteva costruire quella tanto decantata memoria condivisa di cui una Nazione ha necessità. Ma la cosa che spesso lascia sconcertati per chi ha una memoria storica – cosa buona e giusta – è che l’aggravarsi del clima di odio e strumentalizzazione è cosa dei nostri tempi e non certo di una stagione politica come lo fu quella repubblicana nelle sue prime fasi, in cui gli stessi protagonisti di quella “guerra civile”  pur nelle differenze e anche negli odi, riuscirono ad avviare il paese ad una convivenza civile e democratica. 

Quando tra gli scranni della Camera e del Senato, sedevano partigiani e repubblichini, uomini e donne che si erano affrontati sul campo di battaglia, mai e poi mai si è assistito a scene e sceneggiate di tal fattura, mai e poi mai si è piegato e distorto il significato profondo di quella “libertà” che è il fondamento basico di ogni democrazia. Quell’Italia ferita e lacerata aveva in sé una dignità che nulla ha di comune con taluni soggetti che strepitano e aizzano coi loro sermoni, al fine ultimo di assumere una postura che non gli è propria, risultando più che altro sagome fasulle, imitazioni mal riuscite di giganti che resteranno inimitabili, in quanto figli di una stagione diversa, protagonisti di una cultura politica autentica e attori di una tragedia che ha segnato il popolo italiano. 

Qui siamo arrivati alla banalizzazione e alla falsificazione della storia, alla costruzione di miti moderni che offendono la storia, che umiliano la memoria. Le immagini – che non sono nuove – della Brigata Ebraica cacciata, insultata dai soliti Centri Sociali e dal gruppi Pro Palestina, e da alcuni “estranei” alla nostra Patria, in quanto figli di un odio che non ha qui né ragione né radice, è l’immagine palese di quanto si possa distorcere la memoria e falsificare la storia. La totale occupazione della memoria della Resistenza alla sola ANPI, alla memoria unica delle “Brigate Garibaldi”, come se tutto il resto della resistenza non solo non fosse esistito, ma non avesse giocato un ruolo nella “lotta di Liberazione”, come se gli Alleati non fossero stati parte integrante  e  determinante di quella “guerra”; come se i soldati rimasti fedeli alla Corona non si fossero distinti per la loro azione. 

Poi sorge il tasto dolente, quello più complesso, ed è il riconoscimento dei “vinti”, la legittimazione di chi ha combattuto dall’altra parte, di chi scelse di combattere a Salò, di unirsi sotto un vessillo che in fondo era stato quello della loro gioventù. Italiani anche loro, italiani che hanno combattuto e hanno pagato in gran parte quella scelta. Giovani uomini e giovani donne mossi da ideali diversi da quelli di giovani uomini e giovani donne che animavano le fila della resistenza. Due Italie che si sono scontrate nel vortice estremo della guerra civile, nella più sanguinaria e drammatica di tutte le contese, in quella guerra senza regole, senza limiti, in cui non la tattica, ma l’odio è l’unica bussola. Per quei giovani non c’è memoria, non ci sono parole, rimossi come se non fossero esistiti, come se le loro vite non avessero avuto un senso. Vite diverse, ma eguali nello slancio giovanile, nella convinzione di stare dalla parte giusta. 

Ed oggi noi dovremmo avere la responsabilità di andare al di là del “mito” e consegnare alla Storia una memoria che non deve essere un ribaltamento dei fatti, ma la purificazione di essi dalla crosta ideologica, dalla leggenda postuma, con il solo scopo di tacitare le onde delle anime che non trovano pace. Perché la saggezza non sta nell’ alimentare l’odio, ma nel porre la parola fine  a tutto ciò , cosi che i figli della resistenza e i figli dell’Aquila rimangano ciascuno nel proprio campo e nella verità delle Storia, figli di una sola Italia, nata da quella tragedia e risvegliatasi nel sole glorioso della libertà repubblicana. 

Ma per far si che  ciò avvenga – e non avverrà – la storia dovrebbe essere rispettata e non oltraggiata, ammirata e non utilizzata per scopi politici, per delegittimare con l’onta del “peccato originale” l’avversario.

Perché se la democrazia diviene un macigno con cui colpire il nemico, allora essa non è più ciò che dovrebbe essere, ma divine qualcosa di estremamente diverso, di falsato, di vuoto. Perché chi gioca con la democrazia, rendendosene “sommo sacerdote”  e giudice ignora che il fuoco può essere luce, ma può anche essere morte. Perché gli elementi umani cosi come quelli naturali si reggono sull’equilibrio e in esso trovano la loro naturale postura.