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Le liste sono state depositate e i candidati hanno potuto ufficialmente annunciare la loro corsa al parlamento europeo. Sapevamo già che Giorgia Meloni avrebbe guidato il suo partito in tutte le circoscrizioni, una scelta da leader in una doppia veste, quella di leader di Fratelli d’Italia, ma anche dei conservatori europei. 

Mentre invece l’attesa era tutta per Elly Schlein, per capire se in fondo alla fine avrebbe o meno colto la sfida e l’importanza di guidare anche lei le liste del suo partito, ma così non è stato. 

Perché in politica  come nella vita c’è chi può e chi non può, Giorgia può, Elly no. Perché il “detta Giorgia” ha un peso, il “ detta Elly” uno molto diverso. 

Una differenza che si percepisce in ogni piccola sfumatura, di due candidature molto diverse, in un contesto di due patiti altrettanto diversi. Fratelli d’Italia che ha celebrato la candidatura della propria leader in un evento come Pescara in cui non solo Giorgia Meloni ha mostrato tutta la sua forza come Presidente di Fratelli d’Italia, ma anche la sua leadership su tutto il centrodestra, e nel suo discorso non ha mai smesso di parlare a tutto il centrodestra e del resto il suo obbiettivo è quello di replicare il “ modello italiano”, quello del centrodestra, in Europa. Una sfida che non è di certo semplice, ma nulla per Giorgia Meloni è stato semplice fino ad ora. 

La fatica fortifica e rafforza le ambizioni legittime di una leader in piena forma. Lo stesso non si può dire per Elly Schlein che fatica solamente ad apparire l’ombra di quello che può definirsi una parvenza di leadership. Del resto ogni giorno il suo partito non fa che delegittimarne ruolo e azione, ultima la stucchevole polemica sull’inserimento del nome della stessa Schlein nel simbolo del Pd per le europee. Proposta che è stata timidamente avanzata e vigorosamente respinta da un partito che sembra disconoscere l’azione della propria segretaria. 

Cosa che non può meravigliare – del resto non smettiamo di riperdere – che la Schlein in fin dei conti non è stata eletta dal suo partito, che gli preferì Stefano Bonaccini, ma al contrario dai simpatizzanti, forse da qualche temerario – organizzato o meno – che preferiva una leadership debole come quella della Schlein rispetto ad un più temuto e stimato Bonaccini. 

Qualunque sia la ragione ha funzionato ed oggi il Pd arranca e la Schlein sembra impotente dinanzi alla straripante presenza scenica di Giorgia Meloni, che incanala successi e consensi nazionali e internazionali e a cui la sinistra non sa opporre nulla, eccetto le solite stantie teorie sul presunto ritorno del “ fascismo” a cui non credono neanche loro e di certo non gli elettori. Anche il tentativo di creare una colazione opposta al centrodestra è naufragato in una guerra tra “prime donne” con l’altro oppositore Giuseppe Conte, più astuto e accorto dell’ingenua Schlein. 

Il risulto è sotto gli occhi di tutti, mentre Giorgia Meloni guida il suo partito e anche in una campagna come le europee che vede i partiti correre in solitaria, unisce e serra la coalizione, Elly Schlein sembra una comparsa nelle sue stesse liste, quasi non fosse una segretaria nazionale, ma una semplice candidata, certo teme un flop di preferenze visto che nel suo partito sono maestri negli sgambetti soprattutto per chi non è gradito, e lei non lo è.