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Le proteste pro-Palestina si stanno espandendo a macchia d’olio, dai college americani fino alle università italiane.

A Bologna sono state montate le prime tende a favore del popolo palestinese, dando di fatto il via alla cosiddetta l’acampada, una manifestazione partecipata da circa un centinaio di ragazzi, che hanno montato una trentina di tende distribuite in piazza Scaravilli di fronte al rettorato dell’Alma Mater.

“Siamo qui innanzitutto per esprimere la nostra piena solidarietà e complicità alle studentesse e agli studenti americani che sono stati duramente repressi dalle forze di polizia statunitensi in tutti i campus nei quali si sono accampati”, sono queste le parole di Ettore, portavoce dei Giovani Palestinesi, verso i suoi colleghi americani rei di aver attaccato i loro coetanei filo-Israele.

Oltre alle tende, hanno montato anche un telo a mo’ di maxi schermo per proiettare lo streaming dell’assemblea transnazionale dei Giovani Palestinesi, andata in onda su Twitch, in collegamento con altre università europee.

È stata avanzata anche un’altra richiesta di boicottaggio accademico da parte dei giovani pro-Pal, ovvero quella di poter presentare una rescissione degli accordi tra l’Università di Bologna e le università israeliane, una richiesta assurda che va a danneggiare uno dei pilastri dello sviluppo dell’Occidente, la ricerca universitaria. “Il nostro impegno per il boicottaggio accademico non si ferma, è un impegno che continua con forza e determinazione”, affermano così i Giovani Palestinesi. Nel frattempo, crescono le tende e gli striscioni pro Palestina nell’accampamento nel cuore della zona universitaria.

Anche a Roma è stato realizzato un accampamento da parte degli studenti all’American University of Rome. Questo presidio, organizzato dall’American Student Action for Palestine (Asap Roma), nasce a detta loro per chiedere “il cessate il fuoco immediato e permanente a Gaza; la fine dell’occupazione dei coloni israeliani e dell’apartheid in Palestina; il rispetto e l’applicazione del diritto internazionale; la fine degli aiuti finanziari e militari del governo degli Stati Uniti nel genocidio in corso dei palestinesi a Gaza; la fine degli investimenti aziendali statunitensi in aiuti finanziari e militari nel genocidio in corso a Gaza”.

Ma tutte queste proposte portate avanti dai pro-Pal hanno davvero un senso? La risposta è no, queste manifestazioni instaurate dai movimenti filo-palestinesi promuovono un’unica narrativa senza tenere minimamente conto della complessità della situazione in Medio Oriente. Accettare queste loro pretese porterebbe di fatto a delle pressioni che sono controproducenti e rischiano di danneggiare il dialogo, la ricerca della pace e la tutela della comunità israeliana.