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GIANCARLO MAZZUCA

Una chiacchierata con uno dei “mostri sacri” del giornalismo italiano, Giancarlo Mazzuca, sotto il sole romano del primo squarcio di primavera. E così, due emiliano-romagnoli – lui forlivese doc, io parmigiano del sasso – si ritrovano nella capitale per parlare di Prezzolini e Montanelli, “due conservatori a modo loro” li definisce subito Giancarlo, che tra le sue diverse esperienze nel giornalismo italiano ricorda subito quando fu il vice di Montanelli a La Voce, il coraggioso progetto avviato in ricordo proprio di Giuseppe Prezzolini. “Per me Montanelli è stato un padre spirituale” dice Giancarlo Mazzuca quando gli chiedo cosa ha significato nella sua vita essere stato al fianco di una delle firme italiane più importanti di sempre. Tanto che, insieme al fratello Alberto, ha deciso di dedicare un libro a Montanelli e Prezzolini, “Le due voci. Il pensiero conservatore in Prezzolini e Montanelli”, con la preziosa postfazione di Marco Vitale (edito da Baldini + Castoldi).

Direttore Mazzuca, cosa l’ha spinta a scrivere, insieme a suo fratello Alberto, il libro “Le due Voci. Il pensiero conservatore in Prezzolini e Montanelli”?

Durante la mia vita ho lavorato a stretto contatto con Montanelli, di cui fui il vice quando Indro dirigeva La Voce, che decise di fondare dopo che lasciò la direzione de Il Giornale l’11 gennaio 1994 dopo quasi vent’anni di direzione ininterrotta. Montanelli era legato fortemente a Longanesi e a Prezzolini, che li considerava due maestri. A me e mio fratello è venuto quindi naturale associare Prezzolini a Montanelli e viceversa. Due conservatori che diedero un fondamentale contributo al giornalismo italiano, entrambi con i loro giornali “La Voce”, due giornali controcorrenti, pilastri della cultura italiana.

Che rapporto c’era tra questi due pilastri del giornalismo italiano?

Profonda stima, sebbene fossero due personaggi diversi. Ricordo ancora quando, dopo la seconda guerra mondiale, Longanesi, che nel frattempo fondò Il Borghese nel 1950, chiese a Montanelli di recarsi a New York per convincere Prezzolini a collaborare alla sua nuova rivista. Ricordo anche tanti momenti simpatici tra i due: Prezzolini e Montanelli se litigavano era perchè il primo era attentissimo alle finanze, mentre il secondo non c’era giorno che mangiava in casa! Erano veramente due immensi personaggi che, entrambi a modo loro, mancano tanto in Italia per il loro conservatorismo molto pragmatico.

Quale ruolo per la destra italiana hanno avuto prima Prezzolini e poi Montanelli?

Non è semplice rispondere oggi a questa domanda. Credo sia più semplice intravedere ciò di caratteristico di questi due giganti manca oggi nel panorama politico giornalistico. Ad esempio, oggi lei trova dei giornalisti che apertamente criticano gli italiani? Io sinceramente no, mentre Prezzolini e Montanelli erano i primi a cimentarsi nel farlo. Non avevano paura di schierarsi contro i politici di area liberalconservatrice, mentre oggi noto più servilismo. Ecco, il loro pregio, al di là di quanto hanno fatto per la destra italiana, è stato quello di essere sempre rimasti liberi e fuori dalla politica, vedasi, ad esempio, quando Montanelli rifiutò di diventare Senatore a vita, proposta avanzata dall’allora Presidente della Repubblica Cossiga. In pochi, credo, rifiuterebbero ua proposta simile oggi…

Cosa spinse Montanelli a fondare La Voce, un progetto che fin dalle prime ore non sembrava di certo facile da realizzare?

Era un giornalista veramente libero e indipendente. Non poteva accettare che leditore, che ai tempi de Il Giornale era nientepopodimeno che Silvio Berlusconi, comandasse sulla redazione giornalistica, sui temi su cui scrivere e quelli da ignorare. Ma soprattuto non accettava che l’editore entrò in politica. La Voce fu un atto di estrema libertà. Ai tempi la destra, quella liberale e quella conservatrice, vedevano in Berlusconi l’unica fonte di luce… cioè Berlusconi aveva egemonizzato tutto quello che non era a sinistra. Era a dir poco coraggioso quindi aprire un altro giornale come La Voce.

E cosa ne pensavano gli italiani di questa scelta?

Com’era immaginabile, da destra Montanelli fu considerato un traditore mentre da sinistra era elogiato come un eroe anti-Berlusconi. Mieli lo chiamò addirittura alla festa dell’Unità. Ma Montanelli, dentro di sè, non avevano abbandonato per sempre Silvio. Diceva che sarebbe tornato da lui una volta che sarebbe giunta al termine la sua stagione politica. Però Indro non pensò che Berlusconi, in politica, ci rimase per sempre.

Non posso che chiederle di dirmi la sua sull’attuale giornalismo italiano…

Posso solo dirti che voi giovani aspiranti giornalisti di certo dovrete affrontare delle prove molto più difficili rispetto al passato. Da una parte l’avvento delle nuove tecnologie, dall’altra la disaffezione dei cittadini italiani rispetto alla lettura dei giornali. Le nuove generazioni che vogliono intraprendere questo mestiere sono meno fortunati di “noi” perchè noi avevamo avuto dei maestri importanti che volevano costruire una generazione di giornalisti, mentre ora non vedo più questa intenzione.