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In Italia esiste libertà di parola? Sulla carta (anche quella con la c maiuscola), sì. Peccato che sia condizionata – tanto, per certi versi troppo – da una serie di limitazioni. A volte sono ‘bolle’ di scomunica
pubblica, altre conseguenze penali e/o civili. E’ il caso della querelle che contrappone il politico ‘venetista’ Michele Favero a Carlo Cadorna, discendente del più noto Luigi.

Il primo ha scritto su Facebook che a suo modo di vedere il generale è stato “un assassino e un criminale
di guerra”, aggiungendo in altri post epiteti come “maiale, verme, ecc.”. Parole che non sono andate giù al
nipote del militare, che invece di replicare sotto il profilo storico, ha sporto querela ritenendo quel giudizio “fango” nei confronti della memoria del nonno. Il segretario di ‘Indipendenza veneta’ è stato assolto in sede penale, ma condannato in via civile al risarcimento di 10.000 euro più 3500 di spese.

Poco vale, evidentemente, il fatto che autorevoli commentatori – si pensi allo storico Alessandro Barbero o al giornalista Aldo Cazzullo – su Cadorna (Luigi) si siano espressi in maniera forse più elegante, ma
altrettanto critica. Soprattutto rispetto alla pratica, aberrante, delle ‘decimazioni’ attraverso le quali sono
stati uccisi a caso migliaia di giovani per dare un messaggio ai disertori. Ad ogni modo, la querelle giudiziaria, per quanto un po’ paradossale, la prendiamo come tale.

Fuori dalle Aule giudiziarie, però, il caso offre diverse suggestioni rispetto al diritto d’espressione nel nostro Paese. Oltre ad aprire la strada a possibili nuovi ricorsi alla giustizia da parte di numerosi ‘parenti di’. Pensiamo se domani postando su Instagram una foto di Basovizza qualcuno scrivesse: “Tito assassino”. Potrebbe essere portato alla sbarra da qualche nipote dell’ex leader jugoslavo! Follia. O forse no, visto che il nostro Paese ha un difficile rapporto con la storia. Tanto da discutere in maniera accesa, ogni 25 aprile ad esempio, di fatti che hanno quasi un secolo come se fossero accaduti poche ore prima.

Le idee andrebbero combattute – qual ora si ritenga necessario farlo – con altre idee. Non con le censure, né con le citazioni in giudizio. Si chiama dibattito, si legge democrazia.