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VLADIMIR VLADIMIROVIČ PUTIN PRESIDENTE RUSSIA

Come insegna Le Bon, quando si vuol trascinare la folla “bisogna agire su di essa suggestionandola con l’affermazione, la ripetizione e il contagio”. Un “maestro” come Putin lo sa bene, tanto da essere arrivato al quinto mandato presidenziale che si delinea, oramai, più come una dittatura.
L’attuale situazione geopolitica – che a tratti ricorda quella del dopoguerra, ma anche quella dell’autunno del ‘39 – si colloca in una trama ancora più inquietante del passato.

Conviviamo con delle variabili, rispetto a soli cinquant’anni fa, che hanno determinato sicuramente un progresso, ma anche un rischio sempre maggiore (latu sensu). Queste variabili sono dettate, per esempio, dalla velocità, dai vettori spazio- tempo (in cui è determinante la questione commerciale), dalla tecnologia e informazione, così come dalla crescente alfabetizzazione. È come se l’asticella qualitativa del vivere quotidiano si fosse alzata all’improvviso, in poco più di mezzo secolo, a confronto di un lentissimo progresso avvenuto gradualmente in secoli e millenni. Questo però, in termini bellici, cosa significa? Che ogni paragone col passato, per quanto possa avere cause simili e raffrontabili, viceversa non potrà mai saziarsi delle medesime conseguenze, in quanto, ad oggi, la loro portata sarebbe esageratamente devastante.
Se l’invasione russa in Ucraina, nel febbraio 2022, poteva sembrare agli occhi di molti un problema “vicino ma lontano” – vicino perché alle porte d’Europa e lontano perché un terzo conflitto mondiale nessuno lo riuscirebbe ad immaginare – l’esegesi che ci si sforza di dare è, purtroppo, sempre peggiore.

Quella che doveva essere una semplice “operazione militare” in territorio ucraino si è trasformata, poco alla volta, in una disputa che ha cominciato ad interessare trasversalmente nuovi Paesi: da quelli baltici alla Polonia, dalla Francia e Inghilterra, minacciate a partire dalle loro capitali Parigi e Londra (che verrebbero incenerite in 202 secondi dal missile russo Sarmat), fino agli Stati Uniti di Biden.

Da diverse settimane, come se non bastasse, è aumentata la tensione con Berlino
a seguito di alcune intercettazioni dell’esercito tedesco. La situazione, estremamente intricata, abbraccia una vera e propria guerra informatica. Le dinamiche sono tante e il braccio di ferro che vede contrapposta la Russia a Zelens’kyj tocca la Nato e l’intera Eurozona.
Una domanda che dobbiamo porci, tra le tante, è fino a che punto reggerebbe effettivamente l’Unione Europea al cospetto di un attacco, anche ad un solo Paese membro, e quanto funzionerà la NATO, in questa evenienza, per resistere ad una offensiva militare. Il progetto comune nacque come sinonimo di sicurezza collettiva per scongiurare future nuove aggressioni ma, se si dovesse passare ai fatti, saremmo davvero pronti e coesi? La pericolosa situazione, cui ora siamo esposti, non possiamo considerarla circoscritta e limitata ad una determinata area geografica; al contrario, pare si debba fronteggiare una evidente intenzione espansionistica su più fronti. Ne fa un’ottima analisi Fornoni nel suo ultimo libro dal cui titolo (PutinStan) è deducibile tutto il senso e il fine di questo inquietante minaccioso scenario.