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Il Niger è stato al centro delle attenzioni alcuni mesi fa, quando nel luglio 2023 il presidente democraticamente eletto Bazoum è stato deposto, in maniera pacifica, per mano delle squadre armate guidate dal generale Abdourahamane Tchiani, ex capo della Guardia presidenziale nigerina. Da quel momento s’iniziò a parlare dell’ennesimo colpo di stato avvenuto in una regione, quella dell’Africa occidentale, che sta vedendo da anni il ritorno, brusco e violento, dei militari al potere.

La nuova giunta militare, denominatasi Cnsp (Consiglio nazionale per la salvaguardia della patria), ha dato il benservito a tutti gli occidentali presenti sul suolo nigerino, in primis agli americani e ai francesi. La regia russa dietro il colpo di stato era chiara ai più, ma non si pensava ai tempi che si arrivasse alla situazione che il Paese vive adesso. “Il governo nigerino ha ospitato le truppe russe ex Wagner, ora rinominate Africa Corps, proprio nella base militare che a suon di centinaia di milioni gli americani hanno costruito nella capitale Niamey, la Airbase 101. Pare incredibile ma russi e americani, in Niger, sono veramente a pochi centimetri” mi spiega Matteo Giusti, giornalista e esperto di Africa. Ma, oltre agli americani, sono i francesi che più di tutti negli anni si sono comportati da padroni in Niger. Infatti Matteo Giusti aggiunge che “anche loro (i francesi, n.d.r.) sono stati cacciati. La nuova giunta nigerina ha voluto chiudere con un passato fatto di rapporti disequilibrati dove i francesis i sono comportati da colonialisti “vecchio stile”. Gli americani, invece, hanno teso maggiormente a diffondere la propria influenza tra la popolazione e le istituzioni, ma anche loro sono stati invitati ad andarsene appunto”.

Sorge naturale una domanda a Matteo Giusti: ma perchè cacciano gli americani e invece noi italiani rimaniamo lì? La sua risposta è semplice e schietta, “non abbiamo mai avuto l atteggiamento che era proprio invece di Francia e States. Siamo molto apprezzati in Niger perché la nostra attività è stata principalmente quella formativa e di addestramento. Non siamo andati là a fare i “gradassi” ma col cappello in mano per insegnare alle truppe nigerine le migliori modalità di difesa. L’ho visto io in prima persona il rispetto che riceviamo dalla popolazione e dagli uomini delle istituzioni nigerine. Lo stesso Figliuolo, ora al vertice del COVI, il Comando operativo di vertice interforze, si è recato in Niger per parlare direttamente con la nuova giunta militare ed è stata confermata l’intenzione di mantenere le poco più di 200 truppe italiane là presenti”.

E di formazione le truppe nigerine ne hanno tanto bisogno. Una minaccia crescente è quella rappresentata dal jihadismo, che, dice Matteo Giusti, “sta dilagando paurosamente non solo nel triangolo dei tre confini, quindi Mali, Niger e Burkina Faso, ma anche nel Sahara e nel Sinai. E la base USA era stata installata proprio per controllare e annientare lo Stato islamico ma non si hanno avuto risultati così soddisfacenti.