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Non si ferma lo scontro in casa Rai dove, a seguito del no al costosissimo monologo di Scurati (1800 euro al minuto), è insorta tutta l’intellighenzia della sinistra italica, quella che sulla carta dovrebbe essere dalla parte della classe operaia ma non si scandalizza per il cachet da capogiro all’interno dell’emittente pubblica finanziata dai contribuenti.

L’Usigrai, sindacato dei giornalisti di via Mazzini, cogliendo la palla al balzo, ha organizzato lo sciopero dello scorso lunedì con le seguenti motivazioni: “Il controllo asfissiante sul lavoro giornalistico, con il tentativo di ridurre la Rai a megafono del governo, l’assenza dal piano industriale di un progetto per l’informazione della Rai, le carenze di organico in tutte le redazioni, il no dell’azienda ad una selezione pubblica per giornalisti, la mancata sostituzione delle maternità, la disdetta dell’accordo sul premio di risultato, senza una reale disponibilità alla trattativa, la mancata stabilizzazione dei colleghi precari.”

Insomma, uno sciopero contro “Tele Meloni” e la presunta censura del 25 aprile, un’informazione talmente controllata e diretta dal Governo che la stessa premier ha deciso di pubblicare l’intero monologo di Scurati sulla sua pagina Facebook. Un tentativo di imbavagliare il Paese talmente “fascista” e asfissiante che gli stessi giornalisti e politici d’opposizione possono denunciarlo ogni giorno a qualsiasi orario attraverso giornali, radio e piccolo schermo.

La realtà ovviamente è un’altra. La sinistra non digerisce di aver perso le elezioni (tanto da governare in loro assenza per diversi anni) e di conseguenza trema nel veder vacillare il suo storico fortino. Non concepisce la fine delle lottizzazioni, del monopolio dei palinsesti, dei talk show o dei compensi faraonici e a quel punto dà in escandescenza; non batte ciglio per un compenso da 1800 euro al minuto su un monologo antifascista pagato dai cittadini italiani (in assenza di fascismo da 70 anni a differenza del comunismo) ed usa lo sciopero politico per contrattaccare.

Ma non finisce qui. Quanti non hanno aderito allo sciopero di lunedì 6 maggio, per converso, per alcuni si sarebbero trasformati in giornalisti fascisti, piegati al Governo delle pressione e delle censure, ai diktat della Meloni e dei suoi sodali. Giusto per spiegare il clima che si respira. Chi ha deciso di lavorare infatti, una fra tutti la giornalista del Tg1 Laura Chimenti, è stato oggetto del peggiore dei trattamenti: insulti, aggressioni e addirittura minacce di morte via social. Dalle anime belle della sinistra, che a parti invertite si sarebbero stracciate le vesti, un silenzio sepolcrale, nessuna vicinanza né solidarietà per chi non la pensa come loro.