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PEDRO SANCHEZ PRIMO MINISTRO SPAGNA

I socialisti vincono le regionali in Catalogna, ma si tratta solo “dell’andata”. Il “ritorno”, ossia la formazione del governo regionale, è tutta un’incognita.

Il premier Pedro Sánchez esulta non risparmiando toni trionfalistici: “Risultato storico. Da oggi – ha detto – inizia una nuova tappa per migliorare la vita dei cittadini, ampliare diritti e rafforzare la convivenza”.
In realtà i socialisti catalani (PSC, federato con lo spagnolo PSOE) pur aumentando i deputati (42 contro i 33 del 2011) sono ben lontani dalla maggioranza minima necessaria: 68 voti. Ora ci sono 50 giorni di tempo per trovare una maggioranza di governo, altrimenti si tornerà al voto (in agosto).

Le ipotesi sul tavolo sono diverse. Una, la più scontata, porta ad una alleanza di sinistra formata da PSC, COMUNS (sinistra unionista) e ERC (sinistra indipendentista). Ai quali magari, eventualmente, potrebbe pure aggiungersi la sinistra radicale CUP, uscita con le ossa rotta dal voto ma pur sempre con 4 deputati. Sulla carta sarebbe sufficiente, ma la situazione non è così facile come può sembrare. Esquerra Republicana de Catalunya, il partito che in questi ultimi anni ha guidato la Generalitat, è la formazione che più è stata penalizzata dagli elettori in questa tornata, perdendo ben 13 seggi e fermandosi a soli 20 parlamentari. Bene è invece andato l’altro soggetto forte della galassia indipendentista, JUNTS, che ha visto crescere il suo gruppo di tre deputati (35 seggi). Il suo leader, Carles Puigdemont, ha già rivendicato la possibilità di guidare lui il nuovo esecutivo: “Siamo in grado di costruire un governo solido di obbedienza puramente catalana e dedicheremo i prossimi giorni a questo scopo”.

Entrambi gli scenari si intrecciano con la tenuta del governo nazionale che sta in piedi proprio grazie ai voti (o alle astensioni) dei deputati nazionali di ERC e JUNTS. Il discorso di Puigdemont a Sánchez si
potrebbe riassumere in questo modo: io ti ho fatto governare anche se eri arrivato secondo (le politiche
erano state vinte dal PP di Alberto Nunez Feijòo, che però non aveva abbastanza seggi per formare un governo nemmeno in alleanza con la destra di Vox), ora tu devi fare altrettanto con me. Il “prezzo” potrebbe essere quello di un cambio di strategia dei “catalanisti” a Madrid, che da alleati potrebbero trasformarsi in avversari. La stessa ERC del resto potrebbe rivedere le sue posizioni dialoganti con i socialisti, visto che da quando li ha abbracciati, i suoi consensi sono in continuo calo.

Pur fuori dai giochi di governo, un brindisi possono farlo le formazioni conservatrici unioniste. I Popolari
strappano un ottimo risultato (in Catalogna non hanno mai avuto grandi consensi) facendo crescere il loro gruppo parlamentare a 15 esponenti (3 in più del 2021), mentre VOX conferma i suoi 11 seggi.

Da segnalare anche l’ingresso nel Parlamento catalano del partito indipendentista di destra Alianca Catalana, guidato dal sindaco di Rioll, Silvia Orriols. Nato a livello locale, ha conquistato due seggi e ora si
appresta a celebrare un congresso fondativo per strutturarsi. Le sue idee-forza sono: indipendentismo,
misure rafforzate contro l’immigrazione clandestina, sostegno al tessuto produttivo catalano e attenzione alle aree rurali. Proprio quest’ultime, anche nel voto di ieri, si confermano roccaforte del voto indipendentista. Se sulla costa e nei grandi centri hanno prevalso i socialisti, le aree interne hanno confermato il sostegno alle sigle indipendentiste.

Sullo sfondo di queste elezioni, rimane il “proceso”, ossia l’iniziativa politica per chiudere la pagina del
referendum di secessione della Catalogna celebrato il 1° ottobre 2017, mai riconosciuto valido da Madrid, che aveva portato a una dura risposta dello Stato centrale, anche contro diversi esponenti di primo piano dei partiti catalani, fra i quali lo stesso Puigdemont che da allora vive in esilio e che anche questa campagna elettorale l’ha dovuta condurre dal sud della Francia.

Pedro Sánchez è riuscito ad andare al governo concedendo agli indipendentisti nuovi spazi di autonomia e soprattutto facendo avere l’indulto, l’abolizione del reato di sedizione politica e infine l’amnistia che
dovrebbe diventare operativa a giugno. Un “ammorbidimento” dei rapporti che gli ha consentito di
entrare alla Moncloa, di “anestetizzare” il fronte indipendentista e di portare a casa un lusinghiero
risultato alle regionali. Se però ora non gli riuscisse di sistemare pure la situazione politica a Barcellona,
tutto potrebbe tornare in discussione.