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BANDIERA ISRAELE

Gli attacchi terroristici condotti dai fondamentalisti di Hamas contro Israele lo scorso 7 ottobre hanno portato ad un aumento esponenziale delle tensioni in Medio Oriente. Il 7 ottobre ha rappresentato uno spartiacque nella politica e nella società israeliana, che per la prima volta ha visto violata la sua sicurezza interna e si è ritrovata a combattere il nemico in casa.

L’illusione tutta occidentale che si potesse arrivare alla pace con gli arabi, assecondando le loro richieste in cambio di promesse destinate a diventare lettera morta, è stata spazzata via definitivamente dagli ultimi avvenimenti. Il ritiro israeliano da Gaza nel 2005 non è servito a favorire la costituzione di uno stato palestinese, ma, al contrario, ha trasformato la regione in una piazzaforte del terrorismo islamico, in cui i civili sono ostaggio e vittime di coloro che dicono di volerli proteggere. Davanti a questi nuovi sviluppi il governo israeliano non poteva ignorare la realtà e mantenere lo status quo ed è stato chiamato a prendere decisioni difficili e a intervenire a Gaza per smantellare il quartier generale di Hamas. 

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, nonostante le pressioni, le accuse e l’isolamento internazionale, continua a mantenere la barra dritta e a perseguire i suoi obiettivi senza remore, consapevole che non si può arrivare ad alcun genere di compromesso con i terroristi di Hamas che non accettano l’esistenza stessa di Israele e rappresentano una minaccia per tutto l’Occidente. Le classi dirigenti e le opinioni pubbliche occidentali, salvo rare e coraggiose eccezioni, non riescono a comprendere quanto detto e si rifugiano dietro una vuota richiesta di “pace” e fanno pressioni su Gerusalemme affinché possa trovare un accordo con i terroristi islamici rinunciando al suo diritto alla sicurezza e all’esistenza. “Un pacifista è colui che nutre un coccodrillo, sperando che lo mangi per ultimo”, direbbe a tal proposito Sir Winston Churchill. Una lezione che gli occidentali non sono riusciti ad imparare nonostante i tanti corsi e ricorsi della storia più o meno recente. 

Sembra ripetersi lo stesso copione dell’11 settembre del 2001, quando l’organizzazione terroristica Al Qaeda colpì il territorio metropolitano degli Stati Uniti con una serie di attacchi suicidi che provocarono la morte di 3000 persone. L’allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush fu chiamato a prendere delle decisioni difficili, e ingaggiò uno scontro senza quartiere contro il terrorismo islamico, che portò gli Stati Uniti alla guida di una coalizione internazionale per abbattere il regime dei talebani in Afghanistan e rovesciare la dittatura di Saddam Hussein in Iraq.  La guerra contro il terrorismo, fondamentale per ripristinare l’ordine turbato dagli attacchi dell’11 settembre, non fu esente da critiche e contestazioni, anche violente. Nei giorni immediatamente successivi agli attacchi non mancarono i messaggi di cordoglio e solidarietà verso gli Stati Uniti, ma anche questi si trasformarono ben presto in distinguo, equidistanza e indifferenza. 

La nostra società occidentale, da troppo tempo, è vittima di un declino politico e morale, dovuto all’illusione che i principi di democrazia e libertà siano scontati e universalmente condivisi anche fuori dai confini del Mondo Libero. Le minacce al nostro stile di vita, alla nostra cultura, alla nostra civiltà, e a tutto quello che questi rappresentano, sono ovunque e, ogni qualvolta queste si manifestano, diventa opinione diffusa, presso certi circoli intellettuali, ubriachi di pacifismo e terzomondismo, che sia possibile trattare con tiranni, autocrati, terroristi e dittatori, come se fossero interlocutori civili e pacifici. Una visione antagonista e veterosessantottina, che ritiene l’Occidente colpevole di tutti i mali del mondo.