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“La libertà sotto attacco” è l’ultimo libro di Matteo Carnilietto e tenta di spiegare le varie vittime del politicamente corretto, un processo che attanaglia il presente scegliendo le parole da poter utilizzare. Ma in realtà, come dice bene l’autore, siamo noi stessi (di certo però non noi di Nazione Futura) che ci poniamo dei limiti all’uso delle parole. E questa “paura di offendere” dimostra ai competitor dell’Occidente tutta la nostra debolezza.

Grazie mille Matteo innanzitutto per aver scelto di raccontare il tuo libro alla nostra rivista. La tua opera si apre con una bellissima frase di G. K. Chesterton che argomenta, sotto una determinata chiave, la decadenza in cui il nostro mondo, l’Occidente, è caduto. Ci ritroviamo e ritroveremo sempre più spesso a parlare e scrivere di temi e aspetti della vita assolutamente normali e umani però con un certo (ingiustificato) scalpore. Perché tutto ciò? Come te lo spieghi?

Perché, purtroppo, abbiamo perso il contatto con la realtà. Per san Tommaso la verità è adaequatio rei et intellectus, ovvero l’adeguazione dell’intelletto alla cosa. Fino a non troppo tempo fa, quindi, era la realtà a dirci – in maniera oggettiva – ciò che era vero e ciò che era falso. Ora non è più così. E il motivo è presto detto: la realtà non conta più nulla. Tutto è soggettivo, anche se è smentito da dati oggettivi. Pensiamo per esempio ai cambi di sesso: ci si dice donne anche quando i cromosomi ti contraddicono.

Il politicamente corretto, la paura (imposta) di dire qualcosa che sia offensivo (ma che la maggior parte delle volte in realtà è la rappresentazione del reale) e queste ansia “moderne” a cosa ci porteranno?

Alla follia. Ma prima di tutto un’osservazione: ad oggi, ma domani chissà, il politicamente corretto non ci impone nulla. Siamo al massimo noi che, in nome del politicamente corretto, decidiamo di non pronunciare più determinate parole. Certo, possiamo essere d’accordo che alcune parole siano ormai siano obsolete (chiamare una persona negro è ormai sciocco), ma il punto vero è che, troppo spesso, le persone si vergognano di dire ciò che pensano solo perché non vogliono passare per retrograde solamente perché la pensano diversamente dalla massa. Ma ancora una volta voglio sottolineare che nessuno ci vieta niente, ad oggi. Siamo noi a farlo. Bisogna dunque reagire e dire ciò che si pensa. Liberamente e con coraggio. Se non lo faremo ci troveremo a non poter dire ciò che pensiamo. In nome della legge.

La richiesta di libertà di cui si fanno portatori i nuovi “richiedenti diritti”, come la comunità LGBTQ, è una richiesta di reale libertà o un mero egoismo?

Anche in questo caso, si è assistito a uno stravolgimento di un concetto filosofico. Libertà non è fare tutto ciò che si vuole, ma fare il bene pur potendo fare il male. È così che l’umanità l’ha intesa dall’antichità ad oggi. Con la modernità, in particolare con l’illuminismo, si è assistito a un nuovo concetto di libertà. Un concetto assoluto, ovvero sciolto da ogni legame, che in realtà ha reso l’uomo più schiavo. Gli si sono aperte mille porte che, però, non lo conducono da nessuna parte. Con la Rivoluzione del Sessantotto il concetto di libertà è stato ancora più esacerbato, ingannando soprattutto le donne che, di lì a poco, sempre in nome della libertà (questa volta sessuale), si sono trovate a dover ammazzare i figli che portavano in grembo. Infine, oggi ci troviamo con i gruppi Lgbt che reclamano a gran voce libertà di essere ciò che sono. Il problema è che loro vivono in un mondo fluido, in cui nulla è stabile. Nemmeno la loro identità. E allora mi chiedo: come fai a diventare davvero chi sei se non sai chi sei?

I giovani, come scrivi nel capitolo 9, si sentono “vittime di una vita e un futuro di precarietà”. A tuo avviso questo “sentimento” da quali cause è dettato?

Le cause sono diverse, e non tutte facilmente riassumibili. Credo che, però, il problema fondamentale sia rappresentato da una mancanza di senso. Non c’è più una dimensione alta, o ampia, per la quale vivere. Si è perso il concetto di finalità della vita, il fatto che siamo al mondo con un compito preciso. E così si vive allo sbaraglio, alla giornata, pensando che i giorni siano eterni, anche se così non è, e buttando via l’esistenze.

Il politicamente corretto, la woke culture e fenomeni simili, credo, stritoleranno sempre di più le coscienze delle persone occidentali, mostrando una debolezza a tratti patetica. E così le altre nazioni, gli altri popoli avranno sempre più consapevolezza delle nostre “fragilità”. Ci deve essere una via di fuga. Qual è a tuo avviso?

Una debolezza patetica c’è già: ed è in chi dà la colpa agli altri per una libertà che non sa gestire. L’Occidente, definizione orrenda che usiamo per comodità, è già debole perché ha perso se stesso. O meglio: ha rinnegato se stesso. E questo, grosso modo, dalla fine della Seconda guerra mondiale quando un sistema di stampo capitalistico si è imposto sull’Europa. Non a caso, un grande difensore del continente, Charles De Gaulle, ha sempre guardato con sospetto ciò che arrivava dagli Stati Uniti. Persi i valori e le tradizioni, sostituiti unicamente dal self made man e dei quattrini facili, l’Occidente è sparito. La via di fuga, impossibile sotto un profilo umano, è quello di tornare alla vecchia Europa.

Un’ultima domanda: a chi consiglieresti il tuo libro? E perché?

A tutti e a nessuno. A tutti perché, credo, sia un libro profondamente realistico. A nessuno perché, a volte, la realtà fa male.