Abbonati alla rivista

Nazione Futura Rivista

Abbonati alla rivista

Basta fare una passeggiata per le vie di qualsiasi città italiana, o frequentare qualche istituzione culturale
della nostra penisola, per rendersi conto che oggi l’Italia è invasa da inglesismi, afflitta da un senso di
inferiorità nei confronti degli altri paesi europei, e spesso indifferente alla tutela della propria identità
nazionale. Negli ultimi anni, si sono visti arrangiamenti arbitrari dell’Inno di Mameli finalizzati a
renderlo meno battagliero, oltre che un presidente della Camera dei deputati che teneva le mani in tasca
durante l’esecuzione dello stesso inno; si potrebbero citare molti altri esempi, basti pensare a quanto
spesso si vedono edifici pubblici che esibiscono Tricolori sbiaditi, o all’insegnante che recentemente ha
deciso di esentare alcuni alunni dallo studio di Dante.

Questa disattenzione alla nostra cultura non va contrastata in nome di un assoluto attaccamento alle
tradizioni, o addirittura di qualche ridicola teoria razzista, ma perché l’identità italiana è un valore. Le
comunità composte da persone che condividono una lingua, un attaccamento al territorio, un vivace senso di appartenenza, e una serie di simboli, sono comunità caratterizzate da una superiore solidarietà e un più solido rispetto per le istituzioni. La nostra identità nazionale va difesa perché non è costituita dal sangue o dal colore della pelle, ma innanzitutto dalla lingua di Dante, dall’amore per la penisola e la sua storia, e dal riconoscersi in fatti ed eventi come il Tricolore, il Vittoriano, e il 4 novembre 1918. Essere italiani significa avere un’anima, una cultura, italiana. Significa amare l’Italia, cioè agire per essa anche quando non è immediatamente utile, opporsi a chi mette in pericolo la sua libertà, e preoccuparsi per la salute dei suoi mari e dei suoi monti. Il sentimento nazionale è un freno all’individualismo dilagante. Quindi, perché non difendere seriamente il nostro patrimonio spirituale, non promuoverlo? Tutti i grandi paesi della storia hanno valorizzato la loro cultura, anche e soprattutto i paesi democratici e favorevoli all’immigrazione, come Stati Uniti, Francia, e Inghilterra.

Ma la domanda da porsi adesso è questa: che cosa si può fare effettivamente? Come si può valorizzare la nostra identità? A ben vedere, ci sono quattro azioni collettive, quattro misure che possono essere promosse da tutta la nazione a questo scopo.

La prima, forse la più urgente, riguarda la nostra lingua. L’italiano è ciò che fonda nel modo più potente la somiglianza e la solidarietà tra i membri della comunità, è ciò che accende con più efficacia il senso di appartenenza: l’Italia è innanzitutto la sua lingua. Quindi, prima di tutto bisogna sforzarsi di utilizzare in modo corretto e integro l’italiano, insegnandolo attentamente in ogni angolo del paese, rendendolo oggetto d’amore in ogni scuola. Fare questo significa opporsi a un’abitudine ormai diffusa nella nostra penisola, una moda che avanza in modo sempre più pervasivo anche all’interno del mondo culturale e delle istituzioni: l’abitudine di sostituire parole italiane con termini inglesi, di pronunciare o scrivere parole anglofone al posto di termini nazionali che hanno lo stesso significato. È evidente che si tratta di un inutile imbarbarimento del linguaggio: non c’è motivo di infarcire i discorsi di parole prese in prestito da un’altra lingua, come si fa, per esempio, quando si preferisce “feedback” a “riscontro”, o “misunderstanding” a “incomprensione”.

L’amore per l’Italia chiede di opporsi a questa moda, evitando di parteciparvi e appoggiando leggi orientate a ostacolarla, come una norma che imponga alle istituzioni pubbliche di utilizzare puramente l’italiano nei documenti ufficiali. Quest’ultima è una legge innocua, che però, come altre dello stesso tipo, da qualcuno sarebbe sicuramente accusata di fascismo; per smontare queste accuse è sufficiente sottolineare che a Londa, Parigi, o New York, come nel resto delle rispettive nazioni, nessuno si è mai sognato di introdurre qua e là termini stranieri, tantomeno italiani. Perché rinunciare alla propria lingua significa rinunciare a sé stessi.

Il riferimento a quelle città permette di soffermarsi su una questione attuale, cioè quella riguardante l’Europa. È possibile, è auspicabile un’identità europea? Sì, lo è: un senso d’appartenenza europeo (aggiuntivo rispetto ai sentimenti nazionali) non solo si realizzerà, ma sarà necessario per mantenere libertà e benessere in Europa. Per diverse ragioni, soprattutto militari, i popoli europei totalmente divisi sono troppo poco rilevanti a livello geopolitico e sono quindi costretti a un ruolo subordinato rispetto alle grandi potenze esterne. Una maggiore unità nel Vecchio Continente è vitale, e la valorizzazione dell’italianità deve sempre essere attenta a non metterla a rischio. Ma, nonostante questo, non bisogna cadere nell’errore opposto di sperare in un’identità europea esclusiva, cioè sostitutiva delle solide culture tradizionali. Una nazione europea (fondata su un’unica lingua comune) è impossibile, e lo rimarrà almeno per qualche secolo; perché essa potrebbe formarsi soltanto attraverso lunghissimi conflitti che coinvolgano tutti gli europei contro dei nemici comuni, e attraverso l’azione di un super stato continentale, guidato da uno specifico popolo, capace di imporre a tutti i paesi una determinata nazionalità. Entrambi questi requisiti sembrano irrealizzabili. E fortunatamente lo sono: la meraviglia dell’Europa è costituita dalla sua diversità nazionale.

Noi italiani possiamo difendere questa varietà innanzitutto promuovendo la nostra identità, anche attraverso le quattro azioni collettive oggetto di questo articolo. La seconda misura è la seguente. Alimentare, rafforzare il senso di appartenenza, e quindi l’amore per il paese, su tutto il territorio; così, senza mai cadere nel nazionalismo aggressivo, bisogna che l’attività educativa rivolta alle nuove
generazioni comprenda sempre un’analisi approfondita della cultura nazionale, e non sia mai distratta e
superficiale quando affronta la storia della comunità e le caratteristiche geografiche della penisola.
L’attenzione all’italianità è necessaria, perché il nostro paese sta vivendo una profondissima crisi demografica, e ci sono numerose persone che sono arrivate e che arriveranno dal resto del mondo. Oggi,
diffondere il senso di appartenenza a un’unica nazione, anche tra i figli dei nuovi arrivati, è vitale, perché
solo in questo modo si possono scongiurare spaccature future all’interno della comunità (anche questo è
tipico negli Stati Uniti, che da decenni trasmettono un solido patriottismo a tutti coloro che provengono da altri paesi). Fare quanto detto non implica alcuna violenza, alcuna discriminazione, dato che l’identità
italiana è costituita da caratteri spirituali, da proprietà culturali acquisibili da tutti; in questo senso, va
sottolineato che, nonostante l’importanza del cristianesimo nella nostra storia, non è necessario avere una
fede cattolica per essere italiani, infatti numerosissimi compatrioti, come Garibaldi, non la possedevano.
Mostrare ai nuovi arrivati la bellezza della nostra cultura, e insegnargliela efficacemente, avrebbe l’unica
conseguenza di farli sentire a casa: farli sentire dei nuovi fratelli d’Italia, delle nuove sorelle d’Italia.

La terza azione. Prendersi maggiormente cura dei simboli nazionali, considerarli come entità piene di
valore. I simboli legano, scuotono gli animi. Per questo, i Tricolori dovrebbero sempre essere integri e
vivaci, in particolare sopra sedi istituzionali, monumenti, e luoghi storici: troppo spesso nelle piazze
sventolano bandiere strappate, sbiadite, segni di una nazione che sembra non voler più incidere nel
mondo. E poi: perché non far cantare, una volta l’anno, l’Inno di Mameli nelle scuole? Quale effetto
potrebbe avere, se non quello di far sentire tutti più uniti al prossimo e al territorio? Negli Stati Uniti
questo viene fatto da decenni e non si vedono fascismi all’orizzonte. Infine, perché non ricordare con
maggiore vivacità i grandi eventi e personaggi della nostra storia, celebrando con più coinvolgimento le
ricorrenze, e costruendo nuovi monumenti? Le città sono piene di opere d’arte indecifrabili e insapori, lo
spazio non manca.

La quarta misura, indubbiamente la più radicale e faticosa. Combattere il cronico disprezzo di sé che affligge la nostra nazione, quell’eccessiva umiltà che si respira ovunque sulla penisola. Si tratta di uno stato d’animo che si traduce innanzitutto in un profondo senso di inferiorità nei confronti delle altre grandi nazioni occidentali (ed è proprio questa soggezione psicologica che genera la bizzarra gara a fare
sfoggio di inglesismi); inoltre, questo sentimento produce quell’assurda accettazione del fatto che gli
italiani sono rappresentati come suonatori di mandolino, buoni solo a mangiare, imbelli fannulloni,
simpatici custodi del “paese delle vacanze”. Ecco, tutto questo andrebbe sostituito con un sano orgoglio
nazionale, una speranzosa autostima (alimentata in modo ragionevole, lontana da ogni aggressività e
vanagloria). Perché se non c’è amore di sé, è impossibile determinare efficacemente la realtà e migliorarsi. Senza speranza individui e società sono condannati all’immobilismo.

Senza dubbio noi possiamo facilmente ravvivare questo sentimento. Possiamo farlo guardando a cosa siamo stati, a cosa siamo ancora oggi. L’Italia è una nazione che ha secoli di storia, erede di uno degli imperi più straordinari mai esistiti, e madre del Rinascimento. L’Italia cammina su un territorio di impareggiabile bellezza artistica e naturale, dove la vita è storicamente piacevole e invidiata dal resto del mondo. L’Italia, nonostante le attuali difficoltà, è una potenza economica di ottimo livello. L’Italia è la terra di innumerevoli persone esemplari, di differente periodo storico, schieramento politico, età, professione, religione, genere, orientamento sessuale, che hanno agito per il bene della nazione e dell’umanità. L’Italia possiede una magnifica lingua, un poetico inno, una splendida bandiera. L’Italia è la patria di giganti della storia mondiale, come Dante, Michelangelo, Galileo Galilei, Garibaldi, e di tante altre persone che hanno primeggiato in tutti gli ambiti della società. L’Italia è stata difesa dall’azione di moltissimi eroi che si sono sacrificati per respingere chi voleva soggiogarla: i protagonisti del Risorgimento, i fanti nelle trincee, i combattenti che si sono opposti all’occupazione nazista, sono parte di una lunghissima schiera di martiri che, avendo lottato e dato la vita per la nostra libertà, sono d’esempio e monito. L’Italia tornerà a essere una terra fiorente.

Tutto questo è soltanto una parte della virtù a cui guardare per ravvivare il nostro orgoglio, in modo da
invertire la rotta e affrontare al meglio il futuro. Perché bisogna risorgere, così da rendere il nostro paese
sempre più felice, e non ricadere nel baratro in cui eravamo calpesti e derisi. Bisogna risorgere culturalmente, spiritualmente. Bisogna dire e ridire, senza remore e timore, con voce ferma, gioiosa,
speranzosa: Viva l’Italia.