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Alarico Lazzaro, saggista e presidente dei Giovani Confederalisti Europei (YCE), è alla terza pubblicazione per i tipi di Giubilei Regnani e Historica. Dopo le analisi su Zemmour e Hirohito lo intervistiamo in occasione dell’uscita de “La destra e l’Europa. Tra confederalismo, conservatorismo ed eurorealismo”, un saggio che analizza la storia e la cultura di un rapporto oltremodo burrascoso.

Alarico, come nasce l’idea di questo saggio e quali sono i temi cardine della tua indagine?

Questo saggio nasce da una meditazione politica e culturale per comprendere la distinzione tra Europa ed Unione Europea ed i connotati ideali dei movimenti che si definiscono eurorealisti o euroscettici, ripercorrendo la storia e la tradizione della destra in Europa. Proprio quest’ultima, comunità di destino tra i tumulti del ‘900 ma culla della civiltà occidentale, in passato ha visto il proprio retaggio stritolato dalle istituzioni sovranazionali di Bruxelles, che negli ultimi decenni hanno deragliato dai binari del progresso. I padri fondatori con la CECA misero in comune carbone ed acciaio in quelle regioni di confine foriere di discordia tra Germania e Francia ed una delle sedi del Parlamento è a Strasburgo, nell’antica contesa Alsazia Lorena, proprio per onorare quel rinnovato sogno di pace dopo le brutalità della guerra. Oggi quelle matrici spirituali e simboliche su cui si volle imbastire il sogno di Adenauer, De Gasperi e Shuman sembrano smarrite, soffocate da burocrazia e primato delle tecnocrazie. Il saggio mira a ricostruire il complesso rapporto della destra ideologica e politica a partire dal gollismo e dal thatcherismo fino alle tre anime della destra a Bruxelles, ECR, PPE e ID. Fondamentale e arricchita da materiali inediti è inoltre l’analisi dell’eurorealismo ed euroscetticismo dell’Europa dell’est, per capire le luci e le ombre di un processo di integrazione visto da chi per oltre mezzo secolo ha vissuto oppresso dal giogo comunista.

Cosa distingue l’euroscetticismo delle origini da quello attuale?

L’euroscetticismo è un sentimento di opposizione all’UE nato fin dagli albori del processo di integrazione ma si è evoluto e maturato con la consapevolezza che al dogmatismo possono essere preferite soluzioni razionali, pragmatiche e costruttive. È quello che avvenne a Praga alla fine del XX secolo quando l’ODS e alcuni accademici ed intellettuali contribuirono a coniare il termine di eurorealismo come opposizione razionale ad un’integrazione europea che appariva diseguale a vantaggio degli Stati aderenti più ricchi e sviluppati, senza considerare povertà, miseria e ristagno economico dei Paesi che avevano appena cominciato il processo di emancipazione dall’URSS. Il primo eurorealismo della storia è invece associabile alla fiera opzione di De Gaulle e di Margareth Thatcher alle illogicità della PAC ed alla burocratizzazione della Comunità Europea. Oggi è riaffermato come middle way del “common sense” dal gruppo ECR che
dal 2009, grazie all’iniziativa congiunta proprio dell’ODS ceco e dei tories inglesi diedero uno strappo netto lasciando il gruppo del Partito Popolare per un’opposizione al federalismo messianico e progressista emerso nelle ultime legislature e Bruxelles. L’euroscetticismo marcato e radicale, seppur ridimensionato, sopravvive invece in un’altra anima della destra Europea, quella di Identità e Democrazia chiamata alle prossime urne ad una prova di maturità decisiva per uscire dall’ombra di una conventio ad excludendum divenuta limitante per il duo Salvini-Le Pen.

Vedi una possibile maggioranza alternativa a quella Ursula?

Mario Draghi potrebbe essere un profilo di spessore per guidare la Commissione Europea per i prossimi cinque anni ma il nome del futuro Presidente sarà frutto di settimane di dialoghi e confronti che trascendono il mero gioco dello Spitzenkandidat. Ursula Von Der Leyen non potrà sicuramente contare sull’apporto di Diritto e Giustizia come fece nel 2019 in cambio del Commissario all’Agricoltura Wojciechowski e molto in relazione ad un suo ipotetico bis dipenderà dai rapporti di forza dei gruppi a Bruxelles all’indomani delle elezioni. Sembrerebbe possibile un avvicinamento tra ECR e PPE ma non basterebbe per costituire una maggioranza alternativa a quella che coinvolge i socialisti viste le diffidenze dei liberali di Renew nei confronti dei gruppi più a destra dei popolari nello spettro politico. Attualmente l’obiettivo degli oppositori eurorealisti di un’eventuale Ursula-bis è raccogliere quanti più consensi possibili per essere ago della bilancia in fase di accordi. Occhi puntati su AFD e Viktor Orban. I primi, espulsi dal Gruppo ID, potrebbero lanciare un nuovo gruppo ultranazionalista al Parlamento Europeo. Il secondo, dopo aver dichiarato di voler aderire all’ECR, vede il suo partito ancora computato tra i “non iscritti” in proiezioni post-elettorali.

Quali potrebbero essere le certezze e le sorprese di queste elezioni?

I partiti di destra sono in forte ascesa ed in molti dei rispettivi Paesi guidano le urne per preferenze. Sul fronte ECR mi riferisco ovviamente a Fratelli d’Italia ma anche ad un redivivo Diritto e Giustizia che continua, seppur ridimensionato nella sua forza elettorale, ad essere primo partito in Polonia. L’ODS esprime un Primo Ministro mentre altre formazioni come Alleanza Nazionale in Lettonia, i Democratici Svedesi ed i Veri Finlandesi mantengono consensi netti e costanti. Sul fronte identitario ci si aspetta un buon risultato di Wilders in Olanda ed un exploit storico per il Rassemblement National a danno di un Macron che potrebbe risultare il primo degli sconfitti in questa tornata. I popolari raccolgono consensi trasversali in quasi tutti i Paesi, trainati dalla CDU tedesca, dal Partito Popolare Spagnolo, dal conservatorismo liberale di Mitsotakis in Grecia. Dando per scontato il testa a testa tra Popolari e Socialisti per il primato, il terzo posto vede una contesa tra Liberali e Conservatori che potrebbe definire le intelaiature della prossima maggioranza. In Italia, considerata la campagna elettorale sottotono, credo che il Partito Democratico potrebbe uscire ridimensionato da questa tornata, a vantaggio degli Stati Uniti d’Europa e della soluzione terzopolista di Azione, più abili nella mobilitazione giovanile. Interessante il duello nella maggioranza di governo. Sarà fondamentale capire anche per gli equilibri interni se prevarrà l’istituzionalismo cordiale al “centro dell’Europa” di Tajani e Forza Italia o il dinamitardo politicamente scorretto di Vannacci e della Lega.

Il modello Meloni trionferà a Bruxelles come è avvenuto in Italia?

La vera scalata verso la Presidenza di Giorgia Meloni è cominciata con l’elezione a Presidente del Partito dei Conservatori e Riformisti Europei nel settembre 2020. È stato un segnale di legittimazione e credibilità internazionale di enorme spessore che ha restituito vigore ad un movimento rimasto orfano di un vero e proprio leader ideale dopo la Brexit e la fuoriuscita dei conservatori britannici. Il modello Meloni e la sua proiezione europea offre una valida antitesi al federalismo imperante nella narrazione comunitaria. Il Presidente del consiglio è stato il primo politico a parlare chiaramente di Europa Confederale, sottolineando quella necessaria riaffermazione del principio aureo della sussidiarietà e di quell’Europa delle patrie dall’Atlantico agli Urali che possa finalmente tornare gigante politico in uno scacchiere in costante e tumultuoso mutamento.