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In un mondo dominato dal politicamente corretto ci è voluta una causa legale per affermare l’ovvio.

La nuotatrice transgender statunitense Lia Thomas ha perso la sua battaglia contro World Aquatics (meglio conosciuta come Federazione internazionale di nuoto): non potrà partecipare a competizioni sportive “d’élite”. Vale a dire gare del tenore dei mondiali e delle Olimpiadi. Lia Thomas è passata sotto i riflettori soprattutto nel 2022 per via degli ottimi risultati ottenuti tra cui quello di riuscire a battere in una gara di stile libero femminile la medaglia d’argento olimpica Emma Weyant. Il motivo della decisione di non farla gareggiare in competizioni femminili è più che ovvio: un’atleta nata uomo ha vantaggi fisici estremamente evidenti nei confronti delle colleghe donne e nate donne.

Non possiamo però dire che questo sia l’unico caso di un atleta trasngender che gareggia spodestando i suoi avversari data la forza fisica fuori dal normale. Si pensi all’adolescente americana dell’Oregon che, durante la gara sportiva “Girls 200 Meters Varsity allo Sherwood Need for Speed Classic a Sherwood”, ha stracciato tutte le sue competitor in una gara che era ormai diventata un qualcosa di imbarazzante. La stessa ragazza ha dichiarato al giornale universitario che ormai circa da un anno assumeva estrogeni, vale a dire ormoni femminili.

In quest’ultimo caso è chiaro a tutti, guardando i video comparsi su internet, la differenza di forza e velocità tra l’atleta trans vincitrice e le sue competitor. Ma per lo meno, nell’altro caso, quello di Lia Thomas, la medaglia d’oro l’ha vinta il buon senso e non l’ideologia gender.