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Yerevan, 17 giugno. Kristina Balayan, esule del Nagorno-Karabakh, o come lo preferiscono chiamare qui, Artsakh, candidata alle elezioni presidenziali del 2020 dell’ex Stato separatista, è un’icona per migliaia di armeni che sono stati costretti ad abbandonare la propria terra nel settembre 2023. Oggi, a distanza di 9 mesi da quei terribili eventi, vive nella capitale armena dove, assieme a suo marito, ha aperto un bar, il Tumanyan Art Cafè, utilizzando lo stesso nome del locale che hanno dovuto lasciare a Stepanakert.

Kristina, innazitutto grazie della tua disponbilità. Un grazie doppio vista la situazione che state vivendo. Ci racconti di te, del tuo passato e del tuo presente?

Credo che questo posto (il Tumanyan Art Cafè, ndr) sia la cosa che più mi rappresenta. Dopo la guerra del 2020, l’abbiamo aperto a Stepanakert per dare un messaggio ai giovani: la vita continua, nonostante tutti i morti e le sofferenze. Era diventato un punto di ritrovo per artisti, pittori, cantanti, etc. Non c’era un giorno dove non organizzavamo qualcosa per gli armeni.

E poi l’avete riaperto qui?

Si, quando siamo arrivati qua, tantissimi rifugiati dell’Artsakh ci hanno chiesto di riaprirlo anche a Yerevan. In fondo, stare qua è come stare a casa nostra in Artsakh. È molto di più di un bar, è una piattaforma per le persone. Qua tutti si sentono a casa e cerchiamo di aiutare i rifugiati, facendoli lavorare qua.

Anche tu sei una di loro, no?

Si, mi considero una rifugiata di terza generazione. Mia nonna è dovuta scappare dall’Iran, i miei genitori sono scappati da Baku assieme ad altri 350mila armeni che fuggivano dai pogrom azeri e poi ci sono io, scappata da Stepanakert. È assurdo come la storia si sia ripetuta così tante volte alla stessa famiglia. Abbiamo sofferto molto in passato. Io, mia madre e mio fratello abbiamo perso mio padre che è morto in guerra nel 1992 ed oggi non posso più visitare la sua tomba. Pensa che l’Azerbaijan sta distruggendo molti cimiteri per costruirci sopra strade, edifici o quello che vogliono. Non abbiamo più un posto dove commemorare i nostri cari.

Com’era la tua vita in Nagorno-Karabakh?

Ero molto felice in Artsakh, nonostante il blocco del corridoio di Lachin che ci rendeva le cose difficili. Non avevamo elettricità, gas, medicine, nulla ma almeno eravamo a casa nostra. Mi sentivo come una malata terminale: mi godevo la vita e i miei ultimi giorni, ma sapevo che prima o poi sarebbe successo quello che è successo. Purtroppo, oggi non sono più la stessa persona. La mia anima e la mia vita sono rimaste là, è come se continuassi ad esistere ma non a vivere.

Qual è il ricordo più bello che hai lasciato?

A me e mio marito piaceva moltissimo viaggiare nelle montagne della regione. Facevamo tante escursioni e ci divertivamo. Pensa che lui aveva anche aperto un’agenzia di viaggi, di nome Crazy Tours, che organizzava escursioni nella regione.

Nome particolare, direi…

Pensa che molte persone ci dicono che siamo una famiglia un po’ “pazza”, quindi credo sia perfetto per noi.

Avevate paura in quelle giornate a Stepanakert? Ci pensavi alla guerra?

Ho vissuto e ho visto la guerra per tutta la mia vita, ci ero abituata. Dopo la prima guerra del Nagorno-Karabakh, sapevamo di vivere con una bomba a orologeria che prima o poi sarebbe esplosa. Eppure, non ci siamo preparati abbastanza per altre guerre.

Ora che avete perso il Nagorno quale sensazione provate?

Me lo aspettavo che sarebbe successo, ero pronta. Vorrei davvero tornare a quei giorni, quando il rumore degli uccelli ci svegliava ed io e mio marito facevamo a gara per chi non dovesse preparare il caffè all’altro. Poi, ci sedevamo in giardino e ci godevamo il caffè, mentre gli uccelli continuavano a cantare. Quelle piccole cose erano la mia felicità.

Hai lasciato cose preziose a casa?

Due mesi fa, ho ricevuto una chiamata per un questionario che mi chiedeva il valore delle cose che abbiamo perso. Quindi, gli ho detto, ti dico cosa ho perso e tu mi dici il loro valore: i monasteri, le tombe dei miei parenti, i paesaggi, il canto degli uccelli al mattino. Senza queste cose, non riesco a vivere.

Invece cosa ti sei portata?

Prima di partire e cominciare a fare i bagagli, mio marito mi ha chiesto: “Cosa porti con te?”. È stato difficile scegliere: le piccole cose sono molto importanti, mi sembrava tutto così importante. Ho portato una cassapanca di legno che apparteneva a mia nonna, qualche libro, le scarpette di quando ero piccola, la mia Bibbia, tutti ricordi a me molto cari.

Cosa avete fatto gli ultimi giorni?

Fino alla fine, quando le scorte di cibo stavano terminando, io e mio marito abbiamo aiutato moltissimi armeni al Tumanyan, continuando a donare cibo a chi non l’aveva. Alcuni sono letteralmente morti di fame a Stepanakert, dove la situazione era più difficile rispetto ai villaggi vicini. Noi sentivamo la responsabilità per le persone, dovevamo aiutarle per forza. Una volta che eravamo sicuri che fossero partiti, allora siamo partiti anche noi perché non era assolutamente un’opzione rimanere con gli azeri.

Quando avete deciso di fuggire?

Il 29 settembre. Siamo stati tra gli ultimi ad andarcene. I Turchi (modo con cui gli armeni si riferiscono sia agli azeri che ai turchi veri e propri, ndr) non volevano lasciarci superare facilmente il check-point del Ponte di Hakari e si divertivano a stremarci, ad esempio chiudendo il confine dopo mezzanotte. Ci avremo messo circa 40-50 ore per tornare a casa, quando ce ne vorrebbero solo un paio.

Come siete tornati?

Con la macchina di mio marito. Pensa che era così distrutta che, appena siamo arrivati a Yerevan, si è completamente fermata. Per fortuna, i nostri amici ci hanno dato una mano, raccogliendo soldi che abbiamo usato per ripararla.

Cosa avevate portato con voi?

Tante cose, pensa che mio marito mi aveva comprato una sedia a dondolo, quella delle nonne (ride, ndr), che non avevo mai utilizzato ed era rimasta ancora imballata. Quando stavamo per partire, gli ho detto: “Non ho avuto nemmeno il tempo di utilizzarla”. Poi, quando sono salita in macchina per partire, mio marito me l’ha fatta trovare là dentro. È stato molto emozionante.

Come siete stati accolti a Yerevan?

Benissimo. Tantissimi nostri amici ci hanno aiutato a sistemarci qua e siamo stati molto fortunati. Loro sono la nostra ricchezza. Quando eravamo ancora a Stepanakert, mi chiedevano come potessero aiutarci. Al posto di supportare noi economicamente, gli ho chiesto di donare dei soldi ad una fondazione che si occupava di bambini con disabilità, per la quale ho fatto da volontaria.

Cosa vorresti dire a chi non conosce la vostra situazione?

Credo che il mondo dovrebbe essere un posto migliore. Negli anni, ho sviluppato una mia “teoria del boomerang”: tutto quello che fai di brutto alle persone, ti ritorna indietro. A tutti quelli che ci hanno ignorato o non ci hanno aiutato, tornerà tutto indietro, come un boomerang. Per fortuna, la giustizia vince sempre sul male.

Cosa ne pensi di questa differenza di attenzione che viene data ad altri Paesi?

Tutto torna nel boomerang (ride, ndr). Non puoi ignorare quello che succede a esseri umani che soffrono. Io non mi sento di incolpare nessuno per quello che ci è successo, credo che abbiamo fallito e la colpa sia solo la nostra. Per tornare ad essere forti, sotto tutti i punti di vista, dobbiamo investire sull’educazione, la chiave per la crescita di un Paese.

Qual è la tua speranza per il futuro?

Sono molto ottimista per natura, credo nel meglio e nel futuro che verrà. In fondo, la nostra storia è così: siamo diventati sempre più piccoli e abbiamo vissuto tantissime atrocità, ma noi crediamo nei miracoli.