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Il 30 giugno del 1960 Genova venne travolta da un’ondata di sollevazioni e disordini organizzati dalle sinistre per impedire il Congresso che il Movimento Sociale Italiano avrebbe dovuto tenere nei giorni successivi nel capoluogo ligure. La storiografia di parte descrive quei giorni come una spontanea sollevazione di popolo contro il ritorno del fascismo e il governo democristiano presieduto da Fernando Tambroni, colpevole di aver fatto ricorso ai voti missini per tenere in piedi il suo esecutivo, e accusa la dirigenza del MSI di aver scelto di celebrare l’incontro a Genova in sfregio alla storia antifascista della città. 

Accuse facili da smentire, semplicemente mettendo in ordine i fatti e distinguendo la propaganda politica dalla realtà storica. Il primo passo da fare in questi casi è chiamare le cose con il loro nome: non una sollevazione contro la prepotenza di un governo reazionario, ma l’attacco organizzato di apparati di partito contro un’organizzazione politica democraticamente riconosciuta e inserita nelle logiche parlamentari. Per la prima volta dalla caduta del fascismo, e l’unica nella storia repubblicana, lo svolgimento di un congresso di partito veniva impedito con la forza: singolare credere che i democratici siano quelli che contrastano il principio costituzionale della libertà di associazione e i totalitari quelli che subiscono tali attacchi. A prescindere dalle idee politiche, solo chi adotta un doppiopesismo parziale può credere ad una narrazione di questo tipo.

Le logiche della guerra fredda portarono fin dall’immediato dopoguerra alla rottura dell’unità tra i partiti del CLN e ad una graduale e timida apertura delle ali moderate dell’antifascismo storico, su tutte la Democrazia Cristiana e il Partito Liberale, verso la destra postfascista, che durante le segreterie di Augusto De Marsanich e Arturo Michelini aveva avviato una svolta in senso conservatore, in chiave anticomunista. Questo portò negli anni ’50 e ’60 alla formazione di maggioranze parlamentari centriste o di centro-destra, che coordinarono la ricostruzione postbellica e gettarono le basi per lo sviluppo e il benessere del “miracolo economico”. L’inserimento nell’alveo democratico della destra politica stava portando alla pacificazione postbellica e al superamento delle barriere della guerra civile che aveva diviso e dilaniato l’Italia nell’ultima fase del secondo conflitto mondiale. 

In quest’ottica nella primavera del 1960 nacque il governo Tambroni, un monocolore democristiano che contava sul sostegno determinante della pattuglia parlamentare missina. Si stava completando la strategia dell’inserimento della destra, fortemente voluta da Arturo Michelini che voleva suggellare la nuova fase politica con un congresso nazionale, che avrebbe portato ad una fuoriuscita ideologica e programmatica della destra politica dal fascismo storico in favore di un moderno conservatorismo occidentale. Il nuovo assetto politico aveva messo all’angolo le sinistre socialcomuniste, costrette all’opposizione e isolate anche a livello internazionale, che attesero il momento propizio per ribaltare la situazione e tornare in auge rispolverando le vecchie parole d’ordine della guerra civile e invocando il fantasma di un fascismo ormai morto e sepolto: un copione usato a più riprese fino ad oggi. Fu così che il 30 giugno del 1960, due giorni prima dell’inizio del congresso del MSI, comunisti e socialisti guidarono una sollevazione in tutto il capoluogo ligure che finì con l’impedire il pacifico svolgimento dell’assise. 

Quel giorno di sessantaquattro anni fa si raggiunse l’apogeo della tipica mentalità della sinistra, convinta di essere moralmente superiore agli altri e di poter stabilire a tavolino quali partiti abbiano diritto di governare e quali debbano essere esclusi e isolati non per mancanza di convergenza programmatica ma perché gli era stata affibbiata una sorta di lettera scarlatta capace di colpire non solo le forze politiche, ma anche il loro elettorato. Da questo iniziò la logica della discriminazione, dell’isolamento della destra e la sua degenerazione nello slogan urlato dai terroristi di estrema sinistra “uccidere un fascista non è reato”. Paradossalmente in Italia, unico caso in tutto l’Occidente, furono i comunisti a portare avanti un maccartismo di segno opposto.

Tutto questo pose fine all’esperienza del governo Tambroni e del centro-destra primorepubblicano, anche a causa della sinistra democristiana che impose al partito il cosiddetto “stato di necessità” e portò i socialisti dentro il governo e i comunisti nella sua anticamera. Negli anni successivi arrivarono l’Arco Costituzionale, la democrazia bloccata, il consociativismo, gli opposti estremismi e il terrorismo. In quei giorni d’estate del 1960 non avvenne quindi una sollevazione di popolo contro il ritorno del fascismo, ma la resa delle giovani istituzioni repubblicane alle sollevazioni di parte, la sconfitta della democrazia rappresentativa e delle regole parlamentari in favore della violenza e della piazza.