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Quante volte ci capita di passeggiare per le nostre piccole città e guardare un edificio ricco di arte come una Chiesa oggi non più accessibile? Quanta storia, cultura popolare e arte potrebbe celarsi dietro queste mura? Tuttavia questi scrigni molte volte sono inaccessibili al turista o allo stesso cittadino.

Facciamo un esempio. Nell’Umbria meridionale, ad Amelia, la chiesa di Santa Monica è l’esempio della grande cultura ecclesiastica in declino. Una delle chiese chiuse della città, di particolare bellezza specie nella volta probabilmente decorata da Francesco Appiani (Ancona 1704 – Perugia 1792) insieme al suo collaboratore Luigi Carattoli, risale al Settecento, dove sono raffigurati degli angeli che sorreggono i simboli dell’Ordine Agostiniano. In questo caso, venne utilizzata la tecnica del trompe-l’oeil che ricorda quella della finta cupola affrescata sulla volta della chiesa di Sant’Ignazio a Roma, realizzata nel 1685 dall’artista gesuita Andrea Pozzo. Una volta affrescata che andrebbe preservata dall’incuria, un vero gioiello per la città che in futuro, si spera, tornerà ad essere fruibile sia per i fedeli che per i turisti che vogliano apprezzare un centro storico così ricco di bellezze nascoste.

Ma l’esempio di Amelia riguarda anche altri luoghi sparsi in Italia dove la storia del territorio è fatta di rocche, castelli o interi borghi abbandonati e in declino, lasciati nell’incuria più totale. Questa Chiesa, come molte altre, degne almeno di un’apprezzabile storia artistica, andrebbe restaurata e fatta tornare al suo antico splendore per essere fruibile sia ai fedeli che ai turisti, perché come cittadini o semplici visitatori, abbiamo il diritto alla conoscenza e a poterci circondare dal bello. “Essere stati è una condizione per essere” scrive Fernand Braudel, e allora per tornare alla magnificenza, allo stupore iniziale di molti luoghi dove si respira il lustro dell’arte, bisognerebbe iniziare a capire che la cultura, specie nelle piccole chiese, va preservata e non abbandonata al degrado, lasciata a se stessa tra i tarli e i piccioni per non parlare del tema del vandalismo e i furti che avvengono in queste circostanze. Non si può perdere una bellezza irripetibile che in molti casi è proprio il miglior frutto che caratterizza un territorio rispetto ad un’altro. Certo il calo delle vocazioni e delle offerte non favorisce la completa apertura giornaliera di molte chiese, alcune senza un parroco di riferimento, altre chiuse perché poco agibili. Serve una politica attiva, a sostegno dell’interesse alla salvaguardia del nostro patrimonio storico culturale, che sappia prevenire e mettere in sicurezza questi scrigni, che sappia intercettare fondi e fare ricerca storica su questi luoghi che spesso e volentieri sono il traino culturale per il turismo nei centri storici di provincia.

Il cristianesimo, che secondo Benedetto Croce: «…è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non meraviglia che sia apparso o possa ancora apparire un miracolo, una rivelazione dall’alto, un diretto intervento di Dio nelle cose umane, che da lui hanno ricevuto legge e indirizzo affatto nuovo», capace di fare una rivoluzione nell’anima e nelle cose con la costruzione di grandi luoghi di culto, è il simbolo di certe radici solide che ci accomunano e che, grazie allo splendore delle chiese, non possiamo tranciare e far decadere.  Dovremmo capire, in primis noi cittadini, che il nostro patrimonio culturale specie nelle città di provincia e nei piccoli borghi va salvaguardato perché si tratta di un tesoro irripetibile, un simbolo che caratterizza le nostre radici e la nostra identità che non possiamo lasciar decadere. 

Ogni città è distinta dal proprio profilo, dalle architetture degli edifici e dai campanili che scandiscono il passare del tempo. Purtroppo, se nelle grandi metropoli stiamo perdendo valori fondamentali come quelli religiosi, politici ma anche l’amicizia, il senso di comunità e il concetto di famiglia, perderemo così le basi della nostra società; nelle province, si percepisce ancora il senso di appartenenza a una comunità viva che tramanda le proprie tradizioni. Sfortunatamente, molti piccoli paesi, specialmente nel Mezzogiorno e nell’Appennino centrale, stanno subendo il fenomeno dello spopolamento. Molti giovani, in cerca di fortuna altrove, abbandonano la loro terra natia, e dunque, per evitare di sgretolare la nostra cultura, che parte proprio dai piccoli paesi di campagna, dovremmo stare attenti a conservare tutte quelle strutture che ci caratterizzano, appunto le nostre antiche chiese che non possiamo perdere perché fanno parte della nostra storia. Non si tratta di “credere” o essere “ateo”, bensì di custodire i luoghi sacri costruiti dai nostri avi, quei luoghi che hanno comunque segnato la nostra esistenza e che meritano il giusto rispetto.