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È uscito il 31 maggio scorso “Il Verminaio: l’inchiesta sui dossier dell’antimafia”, libro scritto a quattro mani da Rita Cavallaro e Brunella Bolloli, con la prefazione di Tommaso Cerno, edito da Baldini+Castoldi. Abbiamo deciso di chiedere ad una delle autrici, tra le più affermate giornaliste giudiziarie italiane, Rita Cavallaro, di svelarci i segreti del libro, e soprattutto della vicenda che ha visto all’opera un team di “spioni” impegnati a distorcere l’equilibrio democratico.

Come nasce l’idea de Il Verminaio? 

“L’idea nasce dalla lettura attenta delle carte di un’inchiesta che, giorno dopo giorno, ci siamo accorti andasse ben oltre i fatti contestati ai cosiddetti “spioni”, toccando da vicino la vita democratica del Paese. Perché andando ad incrociare dei documenti che apparentemente potevano risultare anche irrilevanti, all’interno dell’Avviso a Comparire notificato a Pasquale Striano, si nascondevano degli accessi a nomi importanti della politica e delle istituzioni, che puntualmente, in passaggi cruciali della vita democratica nazionale, mi riferisco all’elezione del Presidente della Repubblica, piuttosto che alla formazione del governo Meloni, venivano fatti oggetto di articoli giornalistici, su testate ben precise di area centrosinistra, tesi a screditarne la figura e l’onestà. Ci siamo accorti così che nel tempio della legalità, quella Direzione Nazionale Antimafia voluta da Giovanni Falcone, c’era un vero e proprio “verminaio”, che non agiva contro il crimine organizzato, ma al contrario lavorava contro lo Stato. Servitori dello Stato che si erano messi a servizio di un ben preciso gruppo che chiedeva loro informazioni, al fine di influire sulla vita democratica del Paese. Personalmente credo che sia il più grande scandalo della II Repubblica, che vada quanto più possibile portato a conoscenza dell’opinione pubblica”.

Come mai dopo qualche giorno di ribalta mediatica sembra tutto insabbiato?

“Noi abbiamo continuato a seguirlo, tirando fuori tutte le carte e tutti i fatti che via via emergevano, e che sono contenuti nel libro. Parliamo tuttavia di un’inchiesta che la Procura della Repubblica di Perugia sta ancora portando avanti nel massimo riserbo. Così come sta operando la Commissione Parlamentare Antimafia nella persona del Presidente On. Chiara Colosimo, che ha calendarizzato una serie di audizioni nel pieno rispetto delle sue prerogative e senza sovrapporsi al lavoro degli inquirenti. Per questo mi sento di dire che potrebbero emergere in tempi relativamente brevi altre importanti novità”.

Dall’inchiesta che voi riportate emerge un filo rosso che unisce funzionari dello Stato, magistrati e pezzi del mondo dell’informazione, uniti da un comune tramare nell’ombra, con il malcelato scopo di distorcere o addirittura sovvertire l’ordine democratico uscito dalle urne. Personalmente ho anche notato che molti dei nomi che emergono dal “verminaio”, sono gli stessi raccontati da Palamara nel famoso libro intervista sul sistema delle nomine al CSM.  Ma è davvero così?

“Questa è la denuncia che Silvio Berlusconi ha portato avanti sin dal 1994. Sono ormai più di trent’anni che esiste un connubio tra pezzi di magistratura, pezzi di informazione e funzionari pubblici che agiscono in tal senso. Un sistema che si autoalimenta, opponendosi ad ogni tentativo di riforma, gridando al pericolo fascista ogni volta una parte politica va al governo dopo aver vinto le elezioni”.

Oltre ad un capitolo dedicato alle attenzioni che i cosiddetti “spioni” riservavano al Segretario Federale della Lega Matteo Salvini nel suo momento di massimo consenso, vi soffermate sulle settimane in cui si sono svolte le votazioni per il Presidente della Repubblica nel gennaio 2022. Ci puoi sintetizzare cosa emerge dalle carte?

“Emerge chiaramente che, nel momento in cui Silvio Berlusconi è candidato al Quirinale, esce con sconcertante puntualità un articolo sulle sue famigerate “cene eleganti”, argomento giudiziariamente inconsistente, dal quale il fondatore di Forza Italia è stato più volte assolto, tuttavia bastevole a fargli fare un passo indietro. Magari quella candidatura sarebbe lo stesso naufragata, per altri motivi, ma la coincidenza resta. Coincidenza che aumenta, quando il centrodestra decide di puntare sul Presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati, anch’essa finita immediatamente nella tagliola, con un pezzo sulla compravendita di una casa. Troppo facile citare il vecchio adagio andreottiano secondo cui a pensare male si fa peccato ma spesso si ha ragione”.

Come accennavamo, i fatti avvengono all’interno di quella Superprocura, ideata e voluta da Giovanni Falcone, come strumento più efficace per la lotta alle mafie ed alla criminalità organizzata. Un luogo che da tempio della legalità si è tramutato in qualcosa di molto meno nobile?

“Diciamo che per responsabilità di pochi servitori dello Stato infedeli, si è finito per dare ragione a coloro che, in testa Paolo Borsellino, nei primi anni ’90, manifestarono tutte le loro perplessità su uno strumento eccessivamente accentrato in poche mani, e quindi più facilmente permeabile ad eventuali inquinamenti. Riprova ne è il fatto che i nomi vittime di dossieraggio non solo non erano sotto inchiesta, ma nulla avevano a che fare col crimine organizzato”.

Non posso non chiederti del ruolo dei giornalisti…

“È chiaro che ogni collega agisce secondo coscienza e nel rispetto della propria deontologia. Tuttavia io credo che la quasi totalità delle responsabilità nella pubblicazione di atti scarsamente rilevanti al fine delle indagini, tesi per lo più alla mostrificazione di indagati e non, ricada sui magistrati. Sono magistrati coloro che inseriscono nei fascicoli atti irrilevanti, riferiti a persone non indagate, magari risalenti a quattro anni prima, come nel caso di Paolo Signorelli ad esempio. E davanti a certe letture succulente, può risultare naturale per un cronista riportarle in prima pagina. Cambiando campo politico potremmo ricordare il caso di Mimmo Lucano, il quale si vide condannare ad una pena di dodici anni in primo grado, poi emendata, sulla base di una intercettazione trascritta male, così come la vicenda di Marco Siclari, e la storia di Marcello Pittella. Per questo è quantomai urgente riformare il sistema delle intercettazioni”.