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La candidate du Rassemblement national à l'élection présidentielle en France, Marine Le Pen, a déclaré mardi à Reuters qu'elle "tend[ait] la main" à sa nièce Marion Maréchal, qui a choisi le camp du fondateur de Reconquête Eric Zemmour, ce que sa tante considère comme un "gâchis". /Photo prise le 29 mars 2022/REUTERS/Sarah Meyssonnier

Illusioni divenute glaciali e brutali beffe, nella serata più lunga e secondo i pronostici potenzialmente più gloriosa nella storia dell’ex fronte nazionale. Sono volti impietriti quelli dei sostenitori che si radunano già dalle prime ore del pomeriggio al numero 114 bis di rue Michel-Ange a Parigi. Per Marine Le Pen la rincorsa verso la vittoria e la definitiva consacrazione appare sempre più sintetizzabile con la metafora epica del paradosso di Achille e della tartaruga. Una chimera ed una vetta apparentemente inscalabile, che tormenta il fronte lepenista dal 2017, anno del primo confronto con Macron alle presidenziali.

La vittoria alle elezioni europee ed il primo posto al primo turno delle legislative avevano rinsaldato le possibilità di vedere Jordan Bardella come Primo Ministro, vero e proprio apripista verso l’Eliseo per Le Pen nel 2027. Ma il fronte repubblicano non è crollato, ha solo cambiato interpreti ed Emmanuel Macron ha preferito l’estrema sinistra islamo-gauchista alla destra identitaria di un Rassemblement National che viene da un decennio di piena e incondizionata dediabolisation. Bardella ha descritto la coesistenza Melenchon-Macron in chiave anti-lepenista come un’alleanza del disonore, capace alle urne non solo di impedire alla destra una maggioranza assoluta dei seggi, ma di umiliarla e vincolarla al terzo posto della graduatoria elettorale.

Una batosta che ribalta i pronostici e consegna ad Emmanuel Macron un’assemblea potenzialmente ingovernabile, dinamitarda e frammentata tra sinistra radicale, ciò che rimane dei socialisti, verdi, i Repubblicani divisi tra chi ha seguito Ciotti e l’accordo con il RN e chi lo ha deplorato in nome della tradizione gollista ed infine proprio la formazione del duo Bardella-Le Pen che guadagnano 143 seggi. Oltre alle solite “barricate” contro un pericolo fascista inesistente, la formazione di Le Pen ha incassato una sonora sconfitta per diversi motivi: un bacino elettorale in crescita ma fortemente ridimensionato nella forza aggregativa e nel rendimento coalizionale nei secondi turni (con metà del partito dei repubblicani che ha preferito distaccarsi dal leader Ciotti e presentare propri candidati), il posizionamento geopolitico ambiguo nei confronti della Federazione Russa e l’eccessivo protezionismo nelle ricette economiche, un elemento in comune con Melenchon e che allarma BCE e banche nazionali.

La destra vincente in Francia ha sempre rappresentanto la tradizione repubblicana, spesso in chiave neo-gollista. Lo ha fatto con Pompidou, Chirac e Sarkozy prima di arenarsi dopo la sconfitta risicata di Fillon nel 2017. La destra gollista ha sempre vinto incarnando una dimensione poco incline al protezionismo e ben radicata nell’alveo dell’Occidente atlantista, porti sicuri che non spaventano elettori ed establishment.

Sono lezioni che Marine Le Pen non sembra aver compreso e che avrebbero giovato al movimento della fiamma per accreditarsi come forza di governo credibile e istituzionale, sul solco segnato da Giorgia Meloni nel 2022. Per quanto concerne gli elettori francesi ed il Presidente Macron, risuona come un monito perenne la celebre frase del Generale De Gaulle: “Governare significa scegliere tra degli svantaggi”. Su tutti, oggi, quello di farlo su un popolo profondamente dilaniato e diviso.