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ELLY SCHLEIN, SEGRETARIA PD

Jean Roose ha affrontato quest’oggi la sfida della vita: attraversare lo Stretto di Messina in equilibrio su una fune. Più o meno il percorso che vorrebbe intraprendere Elly Schlein nel costruire il cosiddetto “campo largo”. Avventura assai più estrema, perchè la segretaria Dem non dovrà badare solo all’equilibrio precario nel tenere assieme l’allegra compagnia che va da Renzi a Conte, ma soprattutto dovrà stare attenta a non scivolare, perché se dovesse cadere, ad attenderla non ci saranno le acque del Mediterraneo, ma la palude delle correnti Pd, infestate dai soliti coccodrilli, pronti a farne un sol boccone.

Lei lo sa, e per questo fa sfoggio del suo repertorio migliore ad ogni uscita pubblica. Parlare di tutto, senza dire nulla, fare finta che il suo partito non abbia mai governato, ne in Italia, tantomeno in Europa, spargendo “antifascismo” di maniera, possibilmente a buon mercato, tanto per dare, a se stessa ed ai suoi concetti, quel tocco di gravità, assolutamente vacuo, ma che piace alla gente che piace. Infondo la foto che caratterizza la strategia dem è stata scattata sotto l’egida dell’ANPI e del suo Presidente, già Senatore dei Comunisti Italiani, quel Gianfranco Pagliarulo che non nasconde le sue simpatie filosovietiche.

Esaminiamo ad esempio l’ultima intervista rilasciata al Corriere della Sera di oggi. La sbornia del post elezioni in Francia non sembra essere passata, dato che è così tanta l’enfasi con cui si esalta il modello d’oltralpe, che la nostra eroina dimentica l’unica vera vittoria socialista di questi ultimi tempi, quella dei Laburisti tornati a Downing Street dopo 14 anni. Una vittoria ben diversa dai numeri parigini, perché costruita su contenuti che in Italia potrebbero essere facilmente condivisi da fette significative dell’area di centrodestra. Una proposta incompatibile con il messaggio pauperista e classista del nuovo idolo Melenchon.

Una frattura che si fa incolmabile quando si parla di ricette economiche, tanto più in Italia, dove da 3 anni tutti gli indicatori, a partire da quello dell’occupazione, segnano in positivo, cosa nuova persino se paragonati agli storici partner continentali.

Ecco allora che la segretaria quando vagheggia di piani industriali nazionali ed europei, di investimenti green, non può avanzare uno straccio di proposta, perché inevitabilmente le farebbe perdere almeno uno dei suoi interlocutori. Come conciliare la “decrescita felice” che ha finito di distruggere ILVA con l’autore del Jobs-Act? Come pensare di essere credibili quando si parla di sanità, dopo un quindicennio di tagli draconiani, in nome del rigorismo fattosi imporre dalla Germania? Come non suscitare ilarità quando si agita lo spauracchio del secessionismo, dopo essere stati i fautori di una riforma costituzionale che ha sfasciato l’equilibrio istituzionale dello Stato e dato la stura al regionalismo più deteriore, per di più approvata con soli 4 voti di maggioranza praticamente in campagna elettorale? Un regionalismo il cui primo alfiere è stato quel Bonaccini che ora balbetta, che fino a pochi anni fa gareggiava con Zaia a chi voleva più materie devolute? Come si fa a parlare di transizione ecologica mettendo assieme la filiale italiana del governo cinese, suggellata dalle visite grilline in ambasciata a favor di telecamere, ed il nostro sistema di piccole e medie imprese? Non basta citare gli artigiani sui giornali, servirebbe conoscere di cosa si parla. Come si fa a toccare il tema tasse, accusando il governo Meloni da un lato, mentre si sogna la patrimoniale?

Insomma, altro che lo Stretto di Messina, Elly Schlein dovrà decidere da quale sponda della Manica stare, perché al momento della verità, quello del voto politico, se si troverà a metà del guado, finirà affogata. Per ora il suo centrosinistra è solo il nulla con dentro tutti.