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Nazione Futura Rivista

Intervista a Stelio Fergola, saggista e autore per Solfanelli de “Il Feudo. La minoranza che decide miracoli, vita e -soprattutto la morte della Nazione Italiana.

Fergola il titolo è molto diretto, Le chiedo allora di raccontarmi la genesi della sua opera e le ispirazioni da cui è nata questa fatica letteraria?

Quest’opera ha una genesi di diversi anni, è una metafora concepita negli anni. Ho scritto diversi articoli facendo riferimento al “feudo”, una definizione che mi ispira e che ho diffuso sia nelle mie riflessioni sui social, sul giornale che dirigevo, “Oltre la linea”, un ‘esperienza fondamentale nella mia vita professionale, ed infine nella mia attività professionale presso “Il Primato Nazionale”. È un argomento profondo e che doveva avere una genesi letteraria come testo, anche per ispirare coloro che eventualmente in futuro vorranno approfondirlo ulteriormente Il Feudo ha un retroterra artistico, poiché non è una definizione scientifica, ed un retroterra storico e culturale, attingendo a una vasta bibliografia. Ha una genesi di lunga data, un pensiero di sei anni divenuto un libro nel corso di questa ultima stagione.

Lei prende come tre punti di riferimento il 1945, il 1968 ed il 1989. Come hanno influenzato la stratificazione del “feudo” queste tre date chiave del Novecento?

Parliamo di tre momenti in cui, per citare Ernesto Galli della Loggia, si verificano tre morti della patria differenti. Egli fa riferimento al 1943-1945, io aggiungo ulteriori due date, più degenerative nell’accrescere la perdita di sovranità e soprattutto di senso nazionale del popolo italiano. Nel 1943-45 c’è un dramma prettamente psicologico, perché il nostro Paese negli anni successivi reagisce invero con un buon piglio, esaltato anche dal boom economico, con il Neoatlantismo e la ricostruzione che testimoniano una certa vitalità anche sulla scena internazionale. Nel 1968 c’è un cambio di prospettive in senso globalista ed è una data cardine per sdoganare l’ideale liberista che travolge anche la sinistra. Nel 1989 l’Italia perde gli ultimi brandelli di sovranità. La caduta del muro di Berlino in quell’anno crea i presupposti per l’accelerazione decisiva verso il Trattato di Maastricht e senza il blocco sovietico si scatena Mani Pulite con lo scandalo Tangentopoli al seguito, due snodi fondamentali. La Guerra Fredda teneva infatti “congelate” alcune prerogative che rendevano fondamentale il nostro ruolo nel contesto mediterraneo, molto più rilevante di quello che abbiamo attualmente. Con l’implosione del blocco sovietico i contro per l’Italia diventano maggiori degli aspetti positivi. Si può essere felici del crollo di un modello fallimentare e discutibile ma dalla fine di quel contesto abbiamo perso l’autonomia che ci era rimasta.

Parafrasando Tocqueville si può parlare nel presente di degenerazioni delle democrazie liberali e soprattutto di dispotismi delle minoranze, divenute rumorose maggioranze?

Tocqueville è un autore fondamentale, citarlo è appropriato. Parliamo di una mente che, in pieno Ottocento, riesce a cogliere i drammi del presente che viviamo oggi e anche di molti altri che abbiamo osservato nel XX secolo. Il Liberalismo di quell’epoca è molto differente da quello attuale. Nell’Ottocento si era condizionati dalla società che si viveva in senso tradizionale, e il peso della cultura cattolica era ancora dominante, quanto meno sul piano dell’etica. Oggi credo che questo autore sarebbe molto più conservatore di chiunque, nonostante l’approccio senza dubbio rivoluzionario che apportò al pensiero sociale. Insomma, anche contesti cambiano i concetti, liberalismo in primis. Per quanto concerne i dispotismi delle minoranze, credo che sia un dato acquisito, per negarlo bisognerebbe essere ignari della realtà oppure in malafede. C’è un discorso ben avviato di élite vs popolo. Io mi rifaccio spesso a Gaetano Mosca perché a mio avviso la scuola elitista aveva capito tutto del modo di gestire la politica, praticamente in ogni tempo. Credo che in ogni società non esista tanto la forma di governo, quanto più la certezza che non si possa governare da soli e che non tutti possano farlo. Sono sempre le minoranze che decidono ma è importante capire come si regge il patto tra governati e governanti. Un accordo che oggi è molto fragile, perché i governati non sono spesso tutelati. È di questo, secondo me, che ci si dovrebbe preoccupare prima di ogni altra questione.

Nell’ambito della sua carriera si è spesso interrogato sull’importanza della memoria storica per combattere politicamente corretto e cancel culture. Quali sono le lezioni fondamentali per affrontare la massificazione?

Per affrontare questo discorso bisogna essere pratici e meno ideologici. Prendiamo un esempio: Putin. La sua politica culturale legata alla rievocazione della memoria storica mette insieme Zarismo e Comunismo che sono due concetti ovviamente antitetici. Se dovessi riferirmi a me stesso, ad esempio, io non mi definisco liberale, ma risorgimentale perché il liberalismo ottocentesco ha unito l’Italia e non esiste un valore più importante di questo.  Bisogna capire che ogni fase della storia di una Nazione ha un’importanza fondamentale per educare nuove generazioni consapevoli di chi siano realmente. Senza un “pubblico” conscio delle proprie radici, con relativi valori morali e spiritual, oltre che sociali, non si può pensare di protestare efficacemente e a lungo termine contro le imposizioni di Bruxelles su PAC e agricoltura, per fare un esempio. Inoltre senza un forte retroterra legato alla consapevolezza identitaria e orgogliosa della propria nazionalità, le probabilità di dii formare o eleggere una classe dirigente consapevole degli interessi nazionali diminuiscono sensibilmente. Nella storia d’Italia ci sono esperienze ideologiche differenti: il risorgimento, il già citato liberalismo ottocentesco, il fascismo, la lezione di Enrico Mattei e l’eredità di Craxi. Sono tutti fenomeni che vanno sempre studiati e compresi.  Se non hai una platea fiera della propria storia non avrai neanche rappresentanti in Parlamento che la rispecchiano. Se non si è fieri della propria storia non si avranno energie per combattere questa battaglia. Bisognerebbe recuperare la visione del mondo spirituale e combattiva di Yukio Mishima, osteggiato e schernito dagli stessi giapponesi ma poi divenuto faro del non-conformismo. 

Crede che l’editoria di destra si stia riaffermando nel panorama egemonico della cultura italiana?

C’è ancora molto da fare. Giubilei nel panorama della destra è quello che ha fatto di più in questi anni, ma c’è anche da dire che il resto è stato troppo spesso assente. Ci sono tanti colleghi molto preparati nel panorama culturale “di area”. La sinistra, con un “capitale umano” decisamente inferiore al passato (fatto di giganti come Norberto Bobbio e Umberto Eco) in questi anni è riuscita a puntare su Michela Murgia, Gianrico Carofiglio e addirittura Antonio Scurati, che non ho timore di definire alquanto discutibili. In estrema sintesi la sinistra ha perso energia ma continua promuovere chiunque. Per tale ragione la cultura “di destra” non dovrebbe solo essere sostenuta, ma promossa in un modo che non è un azzardo definire “rivoluzionario.