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Nazione Futura Rivista

Nel dibattito sulla transizione energetica, c’è una parola che ricorre poco ma dovrebbe essere al centro di ogni riflessione politica: diversificazione energetica. Troppe volte si rincorre la moda, ci si abbandona a slogan semplici, si cede all’illusione di una tecnologia unica, salvifica. Ma l’energia non è ideologia: è progettazione, efficienza, strategia. E in questa strategia, il trasporto ferroviario può e deve trovare la sua dimensione naturale nell’idrogeno.

Oggi, in Italia, il trasporto ferroviario consuma circa 4,9 miliardi di kilowattora all’anno(ovvero 4.900.000 MWh, fonte: Ferrovie dello Stato). Una quantità enorme di energia, sottratta in buona parte alla rete nazionale, in un contesto in cui la produzione da fonti rinnovabili non è ancora sufficiente a coprire il fabbisogno complessivo. Nel 2023, la domanda elettrica nazionale è stata pari a 306 miliardi di kWh, di cui il 41% coperto da rinnovabili (fonte: Terna).

Se liberassimo la rete da quel carico, rendendo il trasporto ferroviario indipendente dall’elettrico, potremmo reimmettere una quantità significativa di energia nel sistema. Secondo stime attendibili, questo risparmio potrebbe alimentare oltre 760.000 auto elettriche, che percorrerebbero insieme più di 11 miliardi di chilometri l’anno. Questo è l’esempio più chiaro del valore della redistribuzione intelligente dell’energia.

Ed è proprio qui che entra in gioco la diversificazione energetica: l’elettrico ha senso per la mobilità urbana mirata, l’idrogeno per la lunga percorrenza e per il trasporto merci su rotaia. I biocarburanti possono invece intervenire in quei settori dove né elettrico né idrogeno sono applicabili in modo efficiente come ad esempio trasporto pesante su gomma. Nessun dogma, solo intelligenza applicata alla realtà.

Immaginare oggi un sistema logistico nazionale basato su camion elettrici è una prospettiva molto prematura. Le tecnologie delle batterie, i tempi di ricarica e l’infrastruttura necessaria sono ancora lontani da un’applicazione su larga scala. Non è una condanna: è un dato oggettivo. È sul ferro che dobbiamo investire, potenziando le tratte merci e convertendole all’alimentazione a idrogeno.

E c’è un’occasione strategica che l’Italia deve cogliere: il rilancio del porto di Taranto come hub mediterraneo delle merci. Oggi le grandi navi girano attorno alle nostre coste per raggiungere Rotterdam. E se invece trovassero a Taranto un punto di accesso alle reti ferroviarie dell’Europa centrale, alimentate a idrogeno, moderne, efficienti, competitive?

L’idrogeno ferroviario è anche un’opportunità per la coesione territoriale: con la produzione a “chilometro zero”, in prossimità delle tratte, possiamo valorizzare aree depresse, creare filiere industriali locali, incentivare la transizione senza importare energia, ma producendola localmente con fonti rinnovabili. L’elettrolisi nei momenti di sovrapproduzione fotovoltaica o eolica può diventare una pratica quotidiana, razionale, al servizio della rete.

La transizione energetica, dunque, non deve affidarsi a una sola tecnologia, ma creare un ecosistema di soluzioni in cui convivano l’elettrico, l’idrogeno, il biometano, l’efficienza nei consumi e lo stoccaggio dinamico. È il principio dell’Energy Time Management: produrre quando si può, stoccare quando serve, restituire alla rete quando è più utile. Anche le auto elettriche possono diventare accumulatori mobili, contribuendo alla stabilizzazione del sistema energetico.

L’Italia ha tutto per essere protagonista di questa rivoluzione. Ma servono scelte coraggiose e pianificazione. Serve una politica che non sostituisca l’ingegneria, ma ne ascolti la voce. Che torni a pensare per progetti, non per bonus. Che riscopra la bellezza della parola “strategia” e la applichi al futuro dei nostri territori.

L’idrogeno sui binari non è un’utopia futurista. È la transizione intelligente. Quella che non si limita a ridurre le emissioni, ma che redistribuisce le risorse là dove servono. Quella che non dice solo “ecologico”, ma che si pone il problema del “come” e del “perché”. Quella che costruisce, davvero, un Paese più moderno, autonomo, e forte.