Abbonati alla rivista

Salta al contenuto principale

Nazione Futura Rivista

La seguente analisi è a cura di Blanka Benkő-Kovács (esperta di politica internazionale in materia di sicurezza e difesa. La sua carriera comprende attività di analisi presso l’Istituto di ricerca sulle migrazioni, il coordinamento delle crisi umanitarie per la Croce Rossa ungherese durante la guerra tra Russia e Ucraina e il coordinamento di progetti internazionali in Asia centrale. Dal 2024 si occupa di sicurezza energetica e delle materie prime a livello globale presso l’Istituto per la strategia energetica. Nel 2025 è diventata consulente politico presso il Segretariato di Stato per la politica climatica e l’economia circolare, sostenendo lo sviluppo della strategia politica ungherese in materia di clima ed economia circolare).

“Le acque limpide e le montagne verdi sono preziose quanto l’oro e l’argento”. Il detto spesso citato di Xi Jinping cattura vividamente il fondamento ideologico del discorso ambientale cinese, inquadrando la conservazione ecologica non come un vincolo allo sviluppo, ma come un elemento integrante della prosperità nazionale.

Nel più ampio panorama globale, le tre grandi potenze affrontano la transizione verde in modi notevolmente diversi.

La Cina si affida alla pianificazione centralizzata e all’innovazione tecnologica, l’Unione Europea impiega misure normative e sanzioni e gli Stati Uniti perseguono la protezione del clima attraverso incentivi e sussidi.

Sebbene la Cina sia spesso criticata per aver svolto un ruolo limitato negli affari internazionali del clima e per non essersi assunta responsabilità commisurate alle sue emissioni e alle sue dimensioni economiche, nell’ultimo decennio e mezzo ha introdotto numerose misure per ridurre le emissioni e combattere il cambiamento climatico, guidata principalmente dai propri interessi politici ed economici interni.


Le priorità della politica climatica cinese
La Cina è regolarmente criticata a livello internazionale per non aver assunto un ruolo attivo nelle iniziative globali di protezione del clima, anche se l’entità delle sue emissioni di gas serra e le dimensioni della sua economia giustificherebbero un maggiore coinvolgimento.

Sebbene tali critiche siano in parte valide, il ruolo e il contributo della Cina meritano un’analisi più approfondita, in particolare perché la posizione del paese è soggetta ad ambiguità: sebbene sia ancora classificato come uno stato in via di sviluppo, è anche la seconda economia più grande del mondo e il secondo più grande produttore di anidride carbonica.

Gli sforzi della Cina per la protezione del clima sono plasmati soprattutto dalle priorità interne: promuovere la crescita economica, vincere la corsa tecnologica e rafforzare il quadro normativo a sostegno di questi obiettivi.

Questo approccio è in netto contrasto con quello dei paesi occidentali, che in genere si sforzano di soddisfare contemporaneamente gli obiettivi nazionali e gli impegni internazionali.

Tenere conto di questi fattori è essenziale per capire fino a che punto la Cina contribuisce agli sforzi globali per il clima o dà priorità ai propri interessi.

La prima critica significativa rivolta al paese è stata relativa al Protocollo di Kyoto, in quanto la Cina, essendo classificata come nazione in via di sviluppo, non era obbligata a impegnarsi in obiettivi concreti di riduzione delle emissioni, anche se la sua rapida crescita economica era uno dei principali motori dell’aumento delle emissioni globali.


La Cina e il Protocollo di Kyoto
Il Protocollo di Kyoto è stato adottato l’11 dicembre 1997, ma a causa di difficoltà di ratifica è entrato in vigore nel 2005. La sua importanza risiede nel fatto che è stato il primo accordo globale sul clima a fissare obiettivi giuridicamente vincolanti per la riduzione delle emissioni di gas serra.

Nell’ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), il protocollo ha adottato il principio delle “responsabilità comuni ma differenziate”, imponendo obblighi di gara solo ai paesi sviluppati.

Il primo periodo di impegno del Protocollo di Kyoto, che copre il periodo 2008-2012, ha richiesto ai paesi sviluppati di ridurre le loro emissioni in media del 5% rispetto ai livelli del 1990. Tuttavia, gli obiettivi fissati per i singoli paesi variavano, tenendo conto della loro situazione economica e dei livelli storici di emissioni.

L’Unione europea, ad esempio, si è impegnata a una riduzione dell’8%, gli Stati Uniti – che alla fine non hanno ratificato il protocollo – al 7% e il Giappone al 6%. Alcuni paesi, come la Russia, si sono impegnati solo a mantenere i livelli del 1990, mentre all’Australia è stato permesso di aumentare le proprie emissioni fino all’8%.

Per contribuire al raggiungimento di questi obiettivi, il protocollo ha introdotto meccanismi di flessibilità innovativi. Attraverso il sistema di scambio di quote di emissione, ad esempio, i paesi potrebbero scambiare quote di emissione, rendendo più efficiente il processo di riduzione.

La Cina si è distinta in questo meccanismo, con 880 progetti registrati che hanno raggiunto un numero record di riduzioni certificate delle emissioni e compensato fino a 590 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno.

Tuttavia, c’erano anche serie preoccupazioni. I due maggiori emettitori del mondo hanno raggiunto una situazione di stallo sul protocollo, poiché gli Stati Uniti si sono rifiutati di ratificarlo citando l’esenzione della Cina, mentre Pechino ha giustificato la sua passività sottolineando il rifiuto di Washington. Il rigido divario tra Stati sviluppati e Stati in via di sviluppo si è presto rivelato insostenibile, evidenziando la necessità di un quadro più inclusivo.

La soluzione è stata trovata nell’Accordo di Parigi del 2015, che obbliga tutti i Paesi a contribuire attraverso contributi determinati a livello nazionale (NDC).

Nel frattempo, la Cina ha adottato notevoli misure interne coerenti con il quadro di Kyoto. La legge sulle energie rinnovabili del 2005 ha fissato obiettivi nazionali e introdotto tariffe di riacquisto, mentre l’11° piano quinquennale (2006-2010) ha stabilito obiettivi vincolanti di efficienza energetica, riducendo l’intensità energetica del 20%.

Nel 2006, la Cina ha pubblicato il suo primo rapporto nazionale di valutazione del cambiamento climatico, riconoscendo i gravi rischi del cambiamento climatico, e subito dopo si è impegnata più attivamente con l’IPCC.

L’aumento dell’inquinamento atmosferico domestico, la cosiddetta “airpocalypse”, ha anche spinto le autorità ad affrontare la dipendenza dal carbone (all’epoca, il 66% della produzione di energia del paese si basava sul carbone).

Queste misure hanno preparato la Cina al cambiamento di paradigma dell’Accordo di Parigi, che ha sostituito gli obiettivi dall’alto verso il basso con i suddetti NDC. Questo quadro si adattava alla strategia di Pechino, in quanto allineava gli impegni internazionali con le sue priorità nazionali.

La Cina si è impegnata a raggiungere il picco delle emissioni entro il 2030 e la neutralità carbonica entro il 2060, riflettendo sia l’impegno globale che il perseguimento degli interessi economici e tecnologici nazionali.

Un esempio illustrativo è arrivato nel 2024, quando l’esportazione di pannelli solari, batterie e veicoli elettrici cinesi ha contribuito in modo sostanziale alla riduzione delle emissioni globali.

Mentre la produzione cinese ha generato circa 110 milioni di tonnellate di anidride carbonica, l’uso di questi prodotti ha compensato circa 220 milioni di tonnellate all’anno.

Nel corso del loro ciclo di vita, si prevede che contribuiranno a evitare quasi 4 miliardi di tonnellate, quaranta volte la loro impronta produttiva.

Includendo la produzione all’estero e i progetti di energia pulita, le emissioni annuali evitate hanno raggiunto circa 350 milioni di tonnellate, paragonabili alle emissioni totali dell’Australia in un anno.

Questi dati evidenziano sia l’impatto tangibile delle tecnologie cinesi sulla decarbonizzazione sia il consolidamento del dominio industriale della Cina nell’economia verde.

Nonostante le critiche che il Paese ha dovuto affrontare durante l’era di Kyoto, l’odierna transizione verde globale dipende in larga misura dalle scelte strategiche del gigante asiatico e dai progressi verso l’ecologizzazione.