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Nazione Futura Rivista

Nel cuore dell’Asia Centrale, tra le pianure irrigate dell’Uzbekistan, si estende una delle più imponenti produzioni mondiali di cotone, materia prima solo in apparenza legata al tessile.

In realtà, la sua trasformazione in cellulosa e nitrato di cellulosa lo rende componente essenziale nei settori medico, automobilistico, edile e, soprattutto, bellico.

Dopo la morte di Islom Karimov nel 2016, il nuovo presidente Shavkat Mirziyoyev ha avviato una stagione di privatizzazioni e apertura economica, smantellando il monopolio statale sul cotone e introducendo il sistema dei cluster industriali.

Il risultato è stato un progressivo rilancio dell’export, inserito in una strategia di uscita dall’isolazionismo e di cooperazione multilaterale pragmatica.

In questo contesto emerge la figura di Rustam Rakhimdzhanovich Muminov, imprenditore classe 1965, con cittadinanze uzbeka, russa e britannica.

Proprietario di maggioranza della Mercury Renaissance e della Fergana Chemical Plant, Muminov ha costruito un impero fondato sulla trasformazione del cotone in derivati ad alto valore strategico.

Le sue aziende producono polpa di cotone e nitrocellulosa, sostanze fondamentali per la produzione di esplosivi, TNT e propellenti per munizionamento.

Secondo fonti regionali, una quota rilevante di tali materiali sarebbe destinata a impianti russi situati a Perm e Kazan, nodi storici dell’industria della polvere da sparo.

Con l’intensificarsi della guerra in Ucraina, la domanda russa di materiali energetici è cresciuta, e con essa i volumi commerciali delle imprese di Muminov.

La geopolitica della guerra ha trasformato una fibra agricola in un moltiplicatore di potenza militare.

Nell’ottobre 2025 l’Unione Europea ha inserito Muminov e le sue società nel diciannovesimo pacchetto di misure restrittive contro la Russia.

A seguire, analoghi provvedimenti sono stati adottati dal Regno Unito e dall’Ucraina: congelamento dei beni, divieto di ingresso, blocco delle transazioni con soggetti occidentali, tuttavia, l’efficacia concreta di tali sanzioni appare discutibile.

Le attività di Muminov risultano radicate nello spazio eurasiatico, non nei mercati europei.

Inoltre, la struttura del commercio internazionale consente margini di manovra attraverso riclassificazioni doganali e triangolazioni verso Paesi terzi.

La realtà è che le sanzioni colpiscono soprattutto chi opera dentro il perimetro occidentale.

Chi, come Muminov, ha orientato il proprio baricentro verso la Russia e l’Asia, subisce danni limitati.

Mentre Bruxelles sanziona, Washington adotta una postura più sfumata.

L’amministrazione americana ha intensificato il dialogo con i Paesi centroasiatici, interessata a infrastrutture, corridoi energetici e terre rare.

L’Uzbekistan rappresenta un partner troppo rilevante per essere spinto tra le braccia esclusive di Mosca o Pechino.

Parallelamente, l’UE promuove il progetto Global Gateway, alternativa europea alla Nuova Via della Seta cinese, e mira a consolidare rapporti con Tashkent.

Una pressione eccessiva su Mirziyoyev rischierebbe di compromettere tale strategia.

Ne deriva una contraddizione evidente: l’Europa sanziona un imprenditore, ma corteggia il sistema-Paese che lo sostiene.

Gli scenari geopolitici sono tre:

Quello definito “Best case” (6-12 mesi): Muminov continua a operare attraverso mercati extraeuropei, rafforzando i legami con Mosca e ampliando la cooperazione industriale.

Nel Medio termine (1-3 anni) il suo peso economico potrebbe crescere fino a trasformarlo in attore para-diplomatico, funzionale agli interessi strategici uzbeki verso Russia e Cina.

Nel “Worst case” avverrà un irrigidimento europeo potrebbe tradursi in pressioni dirette su Tashkent.

In tal caso, Mirziyoyev potrebbe scegliere la via della nazionalizzazione o della rimozione dell’imprenditore per preservare i rapporti con Bruxelles.

Sarebbe una svolta traumatica, ma al momento poco probabile. Il caso Muminov dimostra che la guerra economica non si combatte solo con missili e carri armati, ma con codici doganali, catene di approvvigionamento e scelte industriali.

Le sanzioni occidentali, se non accompagnate da una visione strategica coerente, rischiano di trasformarsi in gesti simbolici. L’Uzbekistan persegue una linea di realismo geopolitico, mantenendo rapporti con tutti gli attori e massimizzando il proprio interesse nazionale.

Finché il conflitto in Ucraina proseguirà e la Russia necessiterà di materiali per la propria industria bellica, la nitrocellulosa uzbeka resterà una merce strategica.

E figure come Muminov continueranno a prosperare nelle zone grigie del sistema internazionale.

Nel nuovo Grande Gioco eurasiatico, il cotone non veste soltanto: arma.