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Nazione Futura Rivista

La sequenza è ormai riconoscibile: minacce estreme, linguaggio apocalittico, poi una brusca frenata e l’apertura a una tregua.

Anche nella crisi con l’Iran, Donald Trump ha replicato uno schema già visto sui dazi e su altri dossier internazionali, non è improvvisazione pura.

È un metodo che richiama la cosiddetta “madman theory”, una strategia che affonda le sue radici nella Guerra fredda e, prima ancora, nella tradizione politica occidentale.

La teoria è semplice nella sua brutalità: un leader che appare imprevedibile e potenzialmente fuori controllo altera i calcoli dell’avversario.

Se l’interlocutore non riesce a prevedere le mosse, tenderà a evitare l’escalation per paura del peggio.

Richard Nixon ne fece un uso consapevole durante il Vietnam, lasciando filtrare l’idea di essere disposto anche all’opzione nucleare.

Non era follia, ma costruzione strategica dell’incertezza, Trump si muove nello stesso solco, adattandolo a un contesto globale più interconnesso e mediaticamente accelerato.

Il riferimento teorico più antico è quello di Machiavelli: “meglio essere temuti che amati”, se non si può essere entrambi.

La differenza, oggi, è che la paura non viene costruita solo con la forza materiale, ma con la percezione psicologica del leader.

Trump ha fatto di questa dimensione uno strumento politico: dichiarazioni fuori scala, rottura dei codici diplomatici, uso sistematico dello shock comunicativo: non è solo politica estera, è anche politica interna.

L’immagine del leader che “non teme nulla” rafforza una narrativa di forza e autonomia.

Nel caso iraniano, la dinamica è evidente: le minacce di distruzione totale hanno preceduto una disponibilità negoziale che ha portato a una tregua temporanea.

Questo passaggio rapido tra massima tensione e apertura diplomatica suggerisce una gestione intenzionale della crisi: alzare il livello dello scontro per poi trattare da una posizione percepita come dominante.

Tuttavia, il contesto mediorientale introduce una variabile che la teoria classica non considerava: la presenza di attori multipli, catene di comando frammentate e sistemi militari decentralizzati.

In uno scenario simile, l’imprevedibilità non resta confinata al livello politico, ma può tradursi in azioni operative non controllabili.

La “teoria del pazzo” può produrre risultati nel breve periodo, ma ha un costo strutturale.

La forza di una potenza non si misura solo nella capacità di intimidire, ma nella credibilità delle sue intenzioni.

Se un alleato non è in grado di prevedere il comportamento di Washington, tende a ridurre la propria esposizione o a costruire alternative.

Se un avversario ritiene che il rischio di escalation sia troppo alto, può reagire in modo speculare, aumentando la propria deterrenza.

Il risultato è un sistema internazionale meno stabile, dove l’incertezza diventa fattore permanente.

Il punto critico non è stabilire se Trump “sia” o “faccia” il pazzo, sul piano strategico, la distinzione è secondaria.

Ciò che conta è l’effetto: la normalizzazione dell’estremo come strumento negoziale.

Quando la minaccia assoluta entra nel linguaggio ordinario della politica, si abbassa la soglia di rischio accettabile.

Gli apparati militari si preparano al peggio, le diplomazie irrigidiscono le posizioni, i mercati reagiscono alla volatilità.

La strategia può funzionare finché resta credibile ma controllata e se l’avversario inizia a dubitare della razionalità di fondo, la deterrenza si trasforma in instabilità.

Nel mondo multipolare attuale, dove potenze come Russia e Cina adottano a loro volta forme di ambiguità strategica, il rischio è un effetto moltiplicatore: più attori giocano sull’imprevedibilità, meno il sistema è governabile.

Trump utilizza la “teoria del pazzo” come leva negoziale, non come deviazione casuale.

Ma è una leva che consuma rapidamente il capitale politico e strategico di chi la usa: efficace nel breve, logorante nel lungo periodo.