Recentemente la star dell’ala sinistra del Partito Democratico americano, Alexandria Ocasio-Cortez, ha affermato che “Il woke 1.0 è stata una follia”, riferendosi a quella fase calda tra il 2020 e il 2021, tra la morte di George Floyd e il primo anno della presidenza Biden, che ha visto una grande offensiva progressista negli Stati Uniti e, in parte, anche in Europa.
Un’offensiva, è proprio il caso di chiamarla così, che apparentemente voleva essere antisistema, ma che in realtà era favorita e sostenuta da ampie parti dell’establishment economico, politico, culturale, mediatico e accademico. E così l’offensiva si sviluppava su due fronti: quello più visibile delle manifestazioni di piazza, con violenze, saccheggi, quartieri residenziali dati alle fiamme (qualcuno ricorderà il famoso meme delle mostly peaceful protests), università ed edifici governativi occupati, statue abbattute; e quello meno visibile, ma forse più subdolo, del dibattito pubblico, dei media e della narrazione dominante, con uno spostamento progressivo verso sinistra della finestra di Overton, ovvero dello spettro delle idee politicamente accettabili nel dibattito pubblico.
Ma quale sinistra era quella emersa dal woke 1.0? Sicuramente non la Old Left, la sinistra nel senso classico e molto europeo del termine: quella sinistra politica che, nelle sue varie sfumature, più o meno radicali, si riconosceva nel pensiero marxista e metteva il lavoro, la classe operaia e la lotta di classe al centro della propria attività politica e propagandistica. Il woke 1.0 era piuttosto un’estremizzazione della sinistra liberal americana: identity politics, minoranze (soprattutto afroamericani e mondo lgbt), inclusività, discriminazione positiva (quote nelle aziende, nei posti di governo, nelle classi universitarie), controllo delle armi, defund the police, catastrofismo climatico. A questo si aggiungevano provvedimenti restrittivi e retorica emergenziale durante la crisi pandemica, con una sorta di stato d’eccezione sanitario permanente, e un attacco frontale a tutta la storia americana, nel tentativo di demolire l’immagine dei colonizzatori europei e dei padri fondatori in nome della lotta al colonialismo e allo schiavismo.
Questa sinistra ha fatto breccia negli ultimi anni anche in Europa. I trend che partono dagli Stati Uniti arrivano spesso in Europa, anche se con un’intensità molto diversa. Alcune peculiarità del woke 1.0, per esempio la grande enfasi sulle azioni della polizia contro gli afroamericani, conseguenza di un presunto “razzismo sistemico” nei confronti di questa comunità, sono infatti difficilmente applicabili al contesto europeo, che presenta differenze etniche e demografiche importanti rispetto agli Stati Uniti.
È difficile dire se la spinta del woke 1.0 oggi si sia esaurita perché ha perso i suoi elementi di novità o perché è stata divorata dai suoi stessi eccessi. Di certo, la pesante sconfitta subita da Kamala Harris nel 2024 potrebbe aver portato molti democratici, non solo dell’ala più centrista ma anche figure marcatamente di sinistra come Ocasio-Cortez, alla conclusione che il woke, dal punto di vista elettorale, non paga, ma anzi spaventa.
Se la vittoria di Trump nel novembre 2024 segna la sconfitta politica del woke 1.0, c’è però una data anteriore a questa che ha sicuramente contribuito al declino della sinistra woke e all’ascesa di un fenomeno politico diverso, vecchio e nuovo allo stesso tempo. Questa data è il 7 ottobre 2023.
L’orribile massacro di Hamas, che ha riacceso con enorme violenza il conflitto arabo-israeliano, provocando la dura reazione di Israele a Gaza, ha avuto conseguenze pesantissime sull’opinione pubblica occidentale. Già pochi giorni dopo il massacro, quando ancora in Israele si contavano le vittime, le piazze occidentali iniziavano a riempirsi di manifestanti che, invece di dimostrare solidarietà a un paese aggredito e ancora sotto shock, chiedevano a gran voce a Israele di non rispondere agli attacchi e di “liberare i territori occupati”.
Nei mesi successivi, quando la reazione israeliana è arrivata, le manifestazioni si sono moltiplicate e anche negli Stati Uniti l’ondata antisionista è arrivata più forte che mai: nei campus universitari, nelle piazze e, ovviamente, anche nei media e in politica. Improvvisamente, i temi del woke 1.0 sono stati archiviati per lasciare spazio a una nuova indignazione, non più rivolta contro la polizia, il patriarcato o le statue dei generali confederati, ma soprattutto contro Israele e i suoi alleati, a partire dagli Stati Uniti stessi.
E così i vecchi slogan defund the police, black lives matter, no justice no peace, trans women are women sono stati sostituiti dall’ormai onnipresente from the river to the sea palestine will be free.
Anche in questo caso, come per le manifestazioni del 2020, la sinistra americana ha cavalcato l’ondata di proteste e in parte l’ha amplificata. Ma sarebbe un errore ritenere che la trasformazione in atto nel campo progressista americano sia soltanto la conseguenza di queste proteste.
La sinistra dem americana, rappresentata principalmente dall’organizzazione Democratic Socialists of America (DSA), ha deciso scientemente di puntare su candidati e temi di rottura rispetto alle posizioni dell’establishment liberal, cercando di conquistare nuove nicchie di elettorato, in particolare i musulmani. Ed ecco che le nuove punte di diamante di questa sinistra reinventata rispondono ai nomi delle deputate Rashida Tlaib e Ilhan Omar, di Abdul Al Sayed, fresco di vittoria alle primarie dem in Michigan, e soprattutto di Zohran Mamdani, il giovane sindaco di New York di origine indiana.
Tutti musulmani, tutti schierati contro Israele, tutti critici della politica estera americana e, più in generale, tutti caratterizzati da una retorica terzomondista e antioccidentale.
Tutti appartenenti a minoranze “nuove” nella società americana, figli di un’immigrazione recente e proveniente, appunto, da paesi islamici.
È una sinistra terzomondista e allo stesso tempo molto più socialista sui temi economici (salari, tutele sindacali, assistenza sanitaria gratuita, affitti, transizione green), rispetto ai canoni tradizionali della sinistra americana.
Una sinistra nuova per la politica americana, ma allo stesso tempo vecchia, perché molto più simile alle sinistre radicali europee: storicamente poco interessate ai temi identitari, anticapitaliste in economia e terzomondiste in politica estera, fiere avversarie dell’imperialismo, intendendo per imperialismo soltanto la politica estera di Stati Uniti e alleati, naturalmente. Sia mai parlare di imperialismo russo, cinese o di altri paesi. Una sinistra americana sul modello europeo e con volti islamici in prima linea, con Gaza a fare da collante e da cavallo di battaglia.
Non mancheranno certo i cortocircuiti ideologici tra i progressisti americani. Un esempio è quello della cittadina di Hamtramck, in Michigan, dove nel 2023 l’allora sindaco musulmano e democratico Amer Ghalib fece rimuovere le bandiere del Pride dagli edifici. D’altra parte, l’ideologia iperprogressista del woke 1.0 è difficilmente appetibile per comunità socialmente conservatrici come quelle islamiche.
C’è da aspettarsi dunque, sia per questioni elettorali che per spirito dei tempi, che la sinistra americana metta in secondo piano l’agenda woke, con questo non significa che debba essere data per morta o definitivamente sconfitta, per dare invece una grande accelerata sul fronte economico e internazionale, adattando al contesto statunitense l’islamo gauchisme all’europea.
Cosa cambierà per l’Europa? Probabilmente, seguendo l’esempio americano, le sinistre europee prenderanno le distanze dallo scomodo e poco europeo woke. Qualche giorno fa anche Giuseppe Conte, aspirante candidato premier del Campo Largo, ha detto che il woke è una religione morale autoreferenziale e che la sinistra dovrebbe concentrarsi piuttosto sulla lotta alle disuguaglianze sociali. Il risultato potrebbe essere un ritorno a posizioni di sinistra radicale, anticapitalista, almeno nella retorica, e collettivista, ma soprattutto terzomondista.
Il fronte conservatore dovrà dunque prepararsi a un nuovo scontro ideologico e politico, destinato a spostarsi dalle battaglie culturali interne alle nostre società al rapporto con il mondo non occidentale. Al centro ci sarà soprattutto l’alleanza di comodo tra sinistra e Islam, saldata dalla comune opposizione all’Occidente e alla sua politica estera: una sfida che i conservatori dovranno saper affrontare, in America come in Europa.