Quando sono gli stessi progressisti a mettere in discussione gli eccessi del woke, non siamo più soltanto davanti alla critica dei conservatori. Siamo di fronte alla crisi interna di un paradigma culturale che per anni è sembrato intoccabile.
C’è un momento nel quale un’egemonia culturale comincia davvero a entrare in crisi. Non quando i suoi avversari la attaccano, perché quello accade continuamente. Ma quando sono coloro che appartengono al campo politico e culturale che l’ha alimentata a iniziare a metterne in discussione presupposti, linguaggio ed eccessi.
Per il wokismo, quel momento è cominciato.
Naturalmente sarebbe prematuro dichiararlo morto. Le idee, soprattutto quelle che hanno profondamente influenzato università, media, cultura e politica, non scompaiono dall’oggi al domani. Ma qualcosa sta cambiando e, soprattutto, sta cambiando nel luogo politicamente più significativo: la sinistra.
Negli Stati Uniti Alexandria Ocasio-Cortez, una delle figure più rappresentative della nuova sinistra americana, ha recentemente preso le distanze da alcuni aspetti della stagione politica sviluppatasi intorno al 2020, arrivando a definire quella fase, con una formula destinata inevitabilmente a fare discutere, “Woke one was crazy”.
Ocasio-Cortez non è diventata conservatrice. Non ha rinnegato le battaglie progressiste né ha abbandonato la tutela delle minoranze. Sarebbe intellettualmente scorretto sostenerlo.
Proprio per questo, però, le sue parole sono interessanti.
Quando sono i conservatori a denunciare gli eccessi del wokismo non c’è alcuna notizia. Lo fanno da anni. Quando invece una delle personalità simbolicamente più rappresentative della nuova sinistra americana sente l’esigenza di riconsiderare linguaggi e modalità di quella stagione, significa che il problema non può più essere liquidato come un’invenzione dei suoi avversari.
Pochi giorni dopo il dibattito ha attraversato l’Atlantico.
In Italia è stato Giuseppe Conte, con un intervento pubblicato il 21 agosto su “La Repubblica”, a porre esplicitamente alla sinistra il problema del proprio rapporto con la cultura woke.
Anche Conte parte da una distinzione importante. Riconosce che il fenomeno abbia contribuito a richiamare l’attenzione su alcune discriminazioni, ma contemporaneamente ne individua le degenerazioni: politicamente corretto, cancel culture, conformismo ideologico, compressione della libertà di opinione.
Poi pone la domanda decisiva: può il woke costituire l’ossatura ideologica di una forza progressista?
La sua risposta, sostanzialmente, è no.
E anche in questo caso bisogna evitare interpretazioni caricaturali. Conte non sta diventando conservatore e non sta invitando la sinistra ad abbandonare i diritti civili. Sta facendo qualcosa di politicamente molto più interessante: sta separando la tutela delle persone dall’adesione a un paradigma culturale.
È precisamente la distinzione che per anni è stato difficilissimo proporre.
Chiunque criticasse il wokismo rischiava di essere immediatamente accusato di voler negare diritti, discriminare minoranze o riportare indietro le lancette della storia. Come se l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e una determinata teoria dell’identità fossero necessariamente la stessa cosa.
Non lo sono.
Difendere la dignità di ogni essere umano, combattere le discriminazioni e garantire a ciascuno gli stessi diritti non significa dover accettare la cancel culture, il revisionismo storico, l’idea che alcune opinioni debbano essere escluse dal dibattito pubblico o la trasformazione permanente del linguaggio in un campo di battaglia politica.
I diritti appartengono alla nostra civiltà giuridica. Il wokismo è un fenomeno politico e culturale e, come qualsiasi fenomeno politico e culturale, può e deve essere sottoposto a critica.
Il fatto nuovo è che questa distinzione comincia a essere formulata anche a sinistra.
Ma c’è un’altra ragione per cui considero particolarmente interessante l’intervento di Conte.
Il presidente del Movimento 5 Stelle invita il campo progressista a riportare al centro le disuguaglianze economiche e sociali, i salari, il lavoro e le condizioni materiali delle classi popolari e medie e qui emerge probabilmente la contraddizione più profonda della stagione woke.
La sinistra occidentale nasce storicamente intorno alla questione sociale. Nasce dal lavoro, dai salari, dalle condizioni materiali, dall’emancipazione delle classi popolari. Per oltre un secolo ha costruito la propria identità politica attorno alla promessa di migliorare concretamente la vita delle persone.
Negli ultimi anni una parte del progressismo ha progressivamente spostato il proprio baricentro. Alla condizione economica dell’individuo si è affiancata, e talvolta sostituita, la sua identità. Il linguaggio, la rappresentazione, l’appartenenza e le battaglie simboliche hanno occupato uno spazio crescente.
Nel frattempo, però, la realtà non ha smesso di esistere.
Esistono ancora stipendi insufficienti. Esiste la precarietà. Esistono giovani che faticano ad acquistare una casa. Esistono famiglie che vedono diminuire il proprio potere d’acquisto. Esistono lavoratori preoccupati per il proprio futuro, cittadini che chiedono sicurezza, una sanità efficiente e servizi pubblici funzionanti.
Prima o poi quella realtà avrebbe presentato il conto.
È una dinamica sulla quale avevo provato a ragionare alcuni mesi fa ne L’Inganno Woke. Scrivendo quel libro non immaginavo affatto una futura conversione della sinistra alle idee conservatrici. Sarebbe stato ingenuo.
La mia convinzione era diversa: il superamento della fase più radicale del wokismo non avrebbe necessariamente richiesto una vittoria culturale delle destre. Avrebbero potuto essere le contraddizioni interne dello stesso fenomeno a costringere, prima o poi, una parte della sinistra a ripensarlo.
Perché un modello culturale fondato sulla continua moltiplicazione delle identità rischia inevitabilmente di frammentare proprio quella comunità politica che pretende di costruire.
E perché una cultura che riduce progressivamente lo spazio del dissenso finisce per entrare in contraddizione con uno dei principi fondamentali delle democrazie liberali: la possibilità di convivere pur pensando cose profondamente differenti.
Non considero quindi le parole di Ocasio-Cortez o di Conte una mia rivincita. Un libro dovrebbe servire a interpretare fenomeni, non a collezionare vittorie personali.
Mi interessa molto di più ciò che quelle parole raccontano.
Raccontano che una discussione fino a poco tempo fa prevalentemente esterna alla sinistra è diventata una discussione interna alla sinistra. Ed è un cambiamento enorme.
Non significa che il wokismo sia scomparso. Non significa che il progressismo rinuncerà alle proprie battaglie. Significa qualcosa di diverso: il woke non è più intoccabile.
Si può essere progressisti e criticarne gli eccessi. Si può difendere una persona discriminata senza condividere qualsiasi teoria sull’identità. Si può essere favorevoli ai diritti civili e contemporaneamente rifiutare la cancel culture. Si può chiedere rispetto per tutti senza trasformare ogni parola in un test di appartenenza ideologica.
Se questo spazio di discussione si allargherà, ne guadagnerà l’intero dibattito pubblico.
Destra e sinistra continueranno ad avere idee differenti sulla società, come è naturale che sia. Ma potranno forse tornare a confrontarsi maggiormente sulle questioni sulle quali la politica viene poi concretamente giudicata: lavoro, salari, sicurezza, sanità, famiglia, casa, istruzione e futuro delle nuove generazioni.
Per questo non credo sia ancora arrivato il momento di celebrare la morte del wokismo, credo però che sia cominciata la fine della sua intoccabilità.
Prima Ocasio-Cortez. Poi Conte. E una discussione che ormai attraversa apertamente anche il progressismo europeo.
In fondo, il segnale più significativo del declino di un’egemonia culturale non arriva quando i suoi avversari dichiarano di averla sconfitta.
Arriva quando sono i suoi stessi protagonisti a cominciare a metterla in discussione.