L’11 settembre del 2001 è uno spartiacque epocale nell’ambito della storia contemporanea. Quella data simbolo di un male che impatta dal cielo a gran velocità contro le Torri Gemelle rendendo il World Trade Center un inferno fra fuoco, polvere e detriti sarà raccontata magistralmente dalla penna di Oriana Fallaci, con la rabbia e l’orgoglio di un mondo occidentale libero, ferito ma che non si piegò al giogo del terrore.
Fu proprio quell’evento ad aprire un periodo di profonda riflessione sulle luci e le ombre di quella globalizzazione nata sulle macerie del muro di Berlino che nei primi anni 2000 non aveva ancora scatenato il suo effettivo potenziale (e che oggi si riscopre incubatrice di vizi e virtù del nostro tempo).
Nel novembre successivo Jim O’Neil e il colosso Goldman Sachs lavorarono per mesi allo studio e analisi di dati su economia e sviluppo dei diversi paesi dello scacchiere geopolitico, al fine di capire e anticipare i movimenti economicamente più rilevanti per i propri clienti e inquadrare i punti di forza di un rinnovato processo di globalizzazione che vedesse come fulcro proprio gli States.
La relazione, dal titolo “Building Better Global Economics BRICs” avrebbe consacrato a livello globale i futuri “mattoni” della crescita economica, presto tra i principali avversari degli stessi Stati Uniti. Come tasselli di un mosaico di “economic growth” e sviluppo O’Neil individuò nei Paesi dell’acronimo BRICs la futura locomotiva dell’economia mondo, che nel decennio seguente sarebbe stata trainata da Brasile, Russia, India e Cina.
I BRIC sono accomunati da tre caratteristiche fondamentali: un PIL che supera i 600 miliardi di dollari, una popolazione oltre i 100 milioni di abitanti e una superficie sterminata superiore ai 2 milioni di chilometri quadrati. Le prime volontà di cooperazione fra i BRIC sorsero già nel 2006 quando a margine di un’assemblea alle Nazioni Unite i governi posero le basi per una collaborazione continuativa e proficua, volta prioritariamente a fare da contraltare al marcato occidentalismo dell’economia globale, portando alla “dedollarizzazione” dell’economia mondo.
La prima riunione ufficiale dei BRIC risale al 16 giugno 2009, in Russia. Presieduta da Dmitrij Medvedev ad Ekaterinburg fu il primo passo per la costruzione di un nuovo modello di sviluppo dell’economia, che decentralizzasse l’asse della crescita economica dall’Occidente agli ex paesi in via di sviluppo, divenuti brevi tempore giganti economici e politici. Dal 2011 ai BRIC si è aggiunto il Sudafrica. Pur essendo uno tra i paesi più ricchi e sviluppati del continente nero non ha mai raggiunto gli standard dei vicini colossi e la sua entrata fu una mossa strategica dettata dalla volontà di offrire una rappresentanza permanente al continente africano nei piani di un nuovo ordine globale. Così i BRIC divennero i BRICS e continuarono imperterriti la loro evoluzione, riunendosi annualmente. Un progresso che neanche la crisi riuscì ad arrestare.
Nel 2014, al termine del vertice brasiliano, i BRICS sono stati in grado di costituire la New Development Bank BRICS la cui sede a Shangai è l’emblematico ravviso di quale realtà sia quella effettivamente dominante. La Cina che fu di Mao e che si aprì alle innovazioni attraverso la brutalità delle repressioni e le riforme di Deng Xiaoping è divenuta la slinding door dei commerci globali.
Ritrovata centralità nella nuova via della seta è stata in grado di offrire ai governi dei paesi africani piani di rilancio e costruzione di infrastrutture in cambio dell’assoluta precedenza nell’acquisto a basso costo di pregiatissime materie prime. È così che il Paese di Xi Jinping riesce a estrarre quantità industriali di cobalto dalle miniere di una Repubblica Democratica del Congo dilaniata tra conflitti e signori della guerra locali.
Il Pil reale cinese è cresciuto del 980% dal 2001 e come più volte affermato dallo scrittore Yu Hua il paese ha vissuto in quarant’anni quelle trasformazioni che il mondo occidentale ha metabolizzato in quattrocento.
Dalle fonti del Fondo Monetario Internazionale Pechino ha visto crescere il proprio PIL dell’8.1% nel 2021, crescita che frenerà leggermente in questo 2022 (4.4%) per poi cominciare una risalita nel 2023 (5.1%).
Il Dragone conserva il primato globale sulle esportazioni, lo stesso che ai tempi del mercantilismo ottocentesco incoronava come potenza cardine degli equilibri globali l’Impero britannico.
Il secondo Brics capace di crescere a ritmi elevati è stata l’India di Narendra Modi. Eletto nel 2014, il leader del Bharatiya Janata Party aveva dinanzi al suo percorso numerose sfide.
L’India è sempre stato un paese dalla crescita frammentaria e irregolare. Definito da molti analisti come il paese eterno incompiuto del processo di globalizzazione è estremamente popoloso, profondamente difforme e le divisioni a livello sociale e antropologico sono spesso traslate in ambito economico. Le privatizzazioni, l’impulso all’imprenditoria e iniziativa economica privata sembrano aver avuto ottimi risultati. Il Paese di Modi è cresciuto dell’8.9% nonostante sia stato uno fra i più colpiti dal coronavirus e si aspetta una crescita attorno a poco meno del 7% nel 2023. L’India non avrà problemi di razionamento in termini di energia poiché il suo Primo Ministro ha più volte affermato, lapidario, che non interromperà i rapporti diplomatici e gli accordi economici con Putin, inclusi quelli di natura energetica.
La Russia impegnata sul fronte bellico è la grande protagonista sulla scena internazionale. La crescita del PIL potrebbe segnare un netto – se l’attuale scenario dovesse protrarsi ancora a lungo. Dal Cremlino il controllo del gas sembra una delle ultime armi a disposizione in una partita a scacchi che ha investito anche e inevitabilmente l’Europa.
Il Brasile andrà al voto nell’ottobre 2022 e molto, economicamente parlando, dipenderà dal vincitore della contesa. Sarà nuovamente Lula contro Bolsonaro, due modelli politici e culturali antitetici. Assistenzialismo contrapposto a libertà economica, socialismo liberale contrapposto all’intransigente conservatorismo e liberismo (il bolsonarismo) di Jair.
La crescita del Brasile è stata del 4.6% nel 2021 e le previsioni per il 2023 sono di un +1.4%. Una riconferma del Presidente Bolsonaro significherebbe un nuovo slancio verso la libera impresa e il dinamismo economico dei privati.
Infine, il Sudafrica la cui crescita sarà circa del 1.4% nel 2023.
Da economie in via di sviluppo a motori del progresso. Mentre i grandi del G7 posano sorridenti a luglio 2022, i BRICS hanno discusso di un ulteriore allargamento. Nella conferenza del 23 giugno scorso tenuta dalla Cina e dal Presidente Xi, si è presa in considerazione la possibilità di accogliere tra i BRICS anche Argentina e Iran, mentre Putin ha ribadito la possibilità sempre più tangibile di una nuova moneta, valuta di riserva internazionale.
Ad Argentina e Iran si sono aggiunte le pressioni per entrare fra i BRICS anche dell’Algeria, diventata principale partner europeo nella spasmodica ricerca del gas. È l’ennesimo tassello geopoliticamente strategico che si allontana da un occidente spesso miope. L’Europa e le sue istituzioni non hanno attrattive per Nordafrica e Asia dove hanno perso influenza e centralità (ammesso che l’abbiano mai avuta).
In piena crisi economica, di gas e materie prime a sorridere sono solo i BRICS, produttori ed esportatori di common goods oltre che realtà perfettamente integrate nei traffici commerciali globali e nelle catene del valore al di fuori dei propri confini.
Nati dalle analisi di O’Neil i BRICS non hanno mai spaventato realmente la tenuta eurocentrica e pro-Occidente a trazione atlantista del sistema pensato a Bretton Woods ed evolutosi con il processo di integrazione Europea.
Ma come ricorda un celebre proverbio cinese: “Le cime più alte degli alberi vengono raggiunte dagli animali più intelligenti, le aquile… e dagli animali che strisciano, i serpenti”.